Archivio della Categoria 'Eventi'
Pillola e lavatrice
Thursday 1 March 2007
Pillola, lavatrice e più recentemente tv. Sono probabilmente questi i tre ingredienti che maggiormente hanno contribuito alla liberazione sessuale delle italiane dai condizionamenti della tradizione patriarcale e oscurantista. La lavatrice ha liberato il tempo, la tv i desideri. La pillola ha liberato il corpo.
Oggetto del desiderio ancora più della lavatrice, magica amica che ha permesso a generazioni di donne di vivere l’atto sessuale senza sensi di colpa e frustrazioni. E non è un caso che più di 200 storici hanno concluso che la pillola ha avuto un impatto sull’umanità’ nel XX secolo maggiore della Teoria della relatività di Einstein, della bomba nucleare e di Internet.
L’anno della sua prima diffusione è il 1961: tra gli Stati Uniti e Cuba sta per scoppiare la guerra, le gemelle Kesslerr cantano Da da umpa, l’adulterio femminile, dice la Corte costituzionale, non è diverso da quello maschile.
Ma la pillola viene da lontano. Per l’esattezza dal fortunato incontro delle ricerche di un medico ostinato e geniale e il primo movimento delle donne: il medico si chiamava Pincus e il movimento delle donne veniva dalla campagna che negli Stati Uniti aveva visto nascere nei primi anni del 900 i consultori familiari ante litteram.
L’industria farmaceutica Searle portò la pillola in Europa nel 1961: non solo opportunità commerciali ma anche di ordine morale, e più in generale di costume, la spingevano ad attendere qualche anno prima di compiere la scalata del vecchio continente.
In Italia la pillola Anovlar fu disponibile in farmacia e dietro prescrizione medica a partire dal 1961, ma agli inizi la sua diffusione fu collegata ai problemi mestruali e non alla contraccezione, parola che ancora oggi si pronuncia a mezza voce nel bel paese.
Sulla pillola si scatenarono allarmismi di ogni ordine e grado, dalla stampa ai politici che accusarono il medicinale di bloccare la crescita demografica dell’Europa. Solo i movimenti degli anni Settanta, il femminismo, e soprattutto il lavoro certosino per la capillarità dell’informazione che i medici dell’AIED effettuarono a partire dagli anni Sessanta fecero sì che venisse abolito l’articolo del codice penale che vietava la propaganda e l’utilizzo di qualsiasi mezzo contraccettivo.
E la lavatrice? Ecco, la lavatrice ha una storia diversa, meno eclatante, più graduale e sommessa. Nasce nelle sue prime versioni sin dalla fine del 1700 e pian piano avanza. Prima oggetto raro, più curiosità tecnologica che altro, si diffonde lentamente nelle abitazioni dell’alta borghesia fino a quando boom economico e società dei consumi la portano in tutte le case insieme a fratello frigorifero e sorella televisione.
Ma se pensate che questo significhi un’importanza minore, provate a chiedere alle vostre nonne…
le case chiuse e la legge merlin
Sunday 18 February 2007
Le prostitute sono diventate oggi parte integrante del tessuto urbano, costellano le periferie, popolano strade inanimate, appaiono come fantasmi in luoghi dove non ci si aspetterebbe mai una presenza umana. Sono lì, ai margini di grandi arterie stradali o sotto a un cavalcavia, a ricordare l’incapacità della nostra società di fare i conti con il mercato del sesso a pagamento.
Ma un tempo l’iconografia della prostituta era diversa, non sulla strada ma nelle stanze di appartamenti più o meno lussuosi o al contrario più o meno stamberghe. Erano però chiuse, le persiane accostate, i vetri oscurati, per motivi di tutela del comune senso del pudore e soprattutto per la privacy di chi le frequentava. E a specificare l’obbligo della chiusura, esisteva una precisa legge sin dal 1888 che obbligava le case a tenere serrate le persiane con tanto di catene.
Erano nate in Francia così sembra, e lì si chiamavano maisons de tolérance. Cavour le portò in Italia insieme all’unificazione del paese: l’accentramento amministrativo di fine ‘800 riguardò anche le prostitute, schedate e controllate settimanalmente da un medico. In cambio lo Stato beneficiava di tasse e balzelli su un lavoro certo non granché tutelato: le otto ore lavorative erano ben lontane e più si lavorava più si guadagnava.
La struttura delle case chiuse era più o meno omogenea, sia che si trattasse di case di lusso frequentate dalla buona borghesia che si trattasse invece di quelle di categoria inferiore, affollate per lo più da soldati, contadini e gente di passaggio. All’ingresso si trovava il salone e il bar, dove ammirare e scegliere le ragazze. Ai piani superiori, di norma, le camere da letto dove consumare il proprio momento di passione. Lo standard della ‘professione’ all’epoca era da stakanovisti: dalle 30 alle 50 marchette al giorno e per non più di 15 giorni, poi la ragazza veniva cambiata come uno strofinaccio.
L’iniziazione degli uomini prevedeva un passaggio in una di queste case intorno ai 18 anni. Era una tradizione assolutamente diffusa e comune e tale è rimasta anche in tempi molto molto recenti.
Già dal 1948 in Italia fu vietata la concessione di nuove licenze, ma il provvedimento di chiusura, la notissima legge Merlin, fu approvato solamente nel 1958, a dieci anni dalla sua presentazione e dopo aver superato diverse resistenze. La legge Merlin fu approvata a scrutinio segreto con 385 si e 115 no il 29 gennaio del 1958. A favore della chiusura si schierarono tutti i partiti di sinistra e la democrazie cristiana. Contrari al provvedimento invece si dichiararono i monarchici, l’MSI e qualche indipendente. Fra i personaggi famosi contrari alla legge, il più noto è sicuramente Indro Montanelli che al mondo delle case chiuse dediò un appassionato pamphlet “Addio Wanda”.
Oggi il dibattito sulla prostituzione continua ad infiammarsi con ciclica regolarità, diviso fra le polemiche per i rischi di una prostituzione costretta nella strada e le richieste di modifiche e diritti portate avanti dalle associazioni delle prostitute.
Approfondimenti:
bibliografia su prostituzione e case chiuse
Il gioco Puttanopoly ideato dalle associazioni delle prostitute
Da gola profonda all’hard core di largo consumo
Thursday 15 February 2007
Da Gola profonda all’hard core di largo consumo il passo è stato breve: come dire dalla pellicola al video, dal porno per pochi al porno per tutti.
Con indubbie caratteristiche geopolitiche. Se infatti nel 1972, quando il film culto esce negli USA, il meglio arrivava ancora prevalentemente dagli Stati Uniti, con gli anni le cose cambieranno radicalmente e i progressivi passi della globalizzazione segneranno in modo indelebile il volto del porno.
Ma partiamo dall’inizio, ovvero dalla storia di Linda e Damiano. E da quel popolo dei raincoat crowd (ovvero gli abituali frequentatori dei cinema a luci rosse) che nel 1972 cambiano per sempre il modo di intendere la pornografia e danno corpo alla rivoluzione sessuale nel suo aspetto di rappresentazione estrema.
Gerard Damiano, il produttore, gira il film con Linda Traynor, in arte Linda Lovelace. In Italia uscirà nel 1977 con il titolo de La vera gola profonda: la storia di una giovane donna in cerca di un orgasmo mai provato e che raggiungerà con la tecnica della deep throat. Il successo di pubblico è immediato ovunque, il porno diventa per tutti, uomini e donne. Ovviamente la reazione della censura è immediata e il film viene coinvolto in numerosi processi da cui però esce indenne, rimanendo in programmazione nella sola città di New York fino al 1980.
Dopo Gola profonda il cammino della pornografia di massa ha visto nascere miti come Cicciolina, Jessica Rizzo, Moana Pozzi (incontrastata numero uno italica) e Eva Henger tra le donne. Tra gli uomini, Jhon Holmes, Robert Malone, Rocco Siffredi e recentemente Franco Trentalance.
Le star a luci rosse sono diventate protagoniste del mondo dello spettacolo come altre. Forse per questo Moana arriva a dire: “Faccio in pubblico quello che molte altre fanno sui divani dei produttori”. Lei morirà nel 1994 proprio mentre ad Assago apre la prima edizione di Mi-sex e il pubblico è talmente vasto che si creano ingorghi sulle autostrade”.
I film diventano più accurati, ricchi di trama e si sfiora l’impegno politico. Ursula Cavalcanti gira una pellicola con partigiani e fascisti e scoppia quasi uno scandalo che anima le discussioni perfino sui giornali di partito. Si arriva alle grandi interpreti dell’Est e lanciate dalla scuderia di Schicchi e, dopo Cicciolina (che dalle scale dei set porno arriva agli scranni di Montecitorio), sboccia il periodo di Eva Henger che dopo aver insidiato perfino la fama delle attrici americane, si ricicla in conduttrice di Paperissima Sprint.
Finito un mito, comunque, se ne creano altri e la storia continua.
Con le luci rosse sempre ben accese.
Lo scandalo dell’omosessualità: il caso di Aldo Braibanti
Sunday 11 February 2007
Il 1967, anno di passioni, ultimo tassello di quei favolosi anni Sessanta destinati a schiantarsi in velocità con il Sessantotto e la contestazione, operaia e studentesca.
L’Italia non balla solo il twist, e mentre si prepara alla rivoluzione, un altro caso di cronaca scuote l’opinione pubblica (che diciamoci la verità sta lì apposta per farsi “scuotere”): Aldo Braibanti, artista e intellettuale, viene accusato di plagio, e unico nella storia d’Italia, condannato per tale reato, per aver intrattenuto una relazione omosessuale con due giovani uomini.
E’ il padre di uno dei due ad accusarlo e portarlo in tribunale.
Il procedimento penale nasce da una denuncia presentata nel 1964 da Ippolito Sanfratello, il padre di Giovanni. Il 1° novembre 1964 l’uomo, assieme al figlio maggiore e altri due uomini, irrompono nella pensione dove Giovanni abita con Braibanti, lo caricano con la forza in auto e lo portano a Modena in una clinica privata per malattie nervose.
In seguito il ragazzo viene trasferito al manicomio di Verona, dove gli infliggono una serie di elettroshock. A 25 anni, dopo quindici mesi di internamento, Giovanni viene dimesso con una serie di clausole che andavano dal domicilio obbligatorio in casa dei genitori al divieto di leggere libri che non avessero almeno cent’anni!
Al processo il “plagiato” spiega tranquillamente di “non essere stato soggiogato da Braibanti”, mentre Piercarlo Toscani fornisce una versione del tutta diversa: “con forte potere suggestivo, appoggiato alla sua cultura di grado assai più elevato del mio, ha tentato di introdursi nella mia mente con le sue idee politiche… prese gradatamente a staccarmi da ogni svago, cominciò ad impedirmi le letture a me usuali dicendo che non servivano”.
Il dr. Antonino Lojacomo durante la requisitoria del ‘68 afferma: “parlare di Braibanti è parlare di degenerazione, di ossessione, di miseria morale, di giovinezze macchiate e sciupate. Due ragazzi sono stati ridotti in totale stato di soggezione da un uomo che ha voluto plasmare le loro menti quasi distruggendole per sete di possesso e dominio, prima ancora che per perversione sessuale. Gli ha addirittura sottratti alla famiglia, agli amici, agli studi, li ha isolati e assorbiti con pazienza… Braibanti ha invaso il mondo intimo dei due ragazzi, immettendo in essi ciò che voleva venisse immesso. Chiedo una pena esemplare, affinché nessun professoruncolo domani possa venire a togliere la libertà a un innocente…”.»
Braibanti viene accusato e condannato a 8 anni che poi diventano quattro in quanto ex partigiano. Il suo caso rappresenta l’attacco più eclatante e diretto all’omosessualità in quanto tale: dopo Braibanti nessuno verrà più condannato per plagio.
Approfondimenti:
La parola alle donne: il femminismo
Sunday 4 February 2007
E’ uno dei tanti slogan inventati dalle donne che fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta hanno partecipato alla stagione di impegno politico e autocoscienza denominata ‘femminismo’.
In realtà il movimento femminista trae le sue origini dalle lotte per il lavoro e per il voto in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi decenni dell’800. L’Ottocento non era certo stato il secolo delle donne, le leggi degli stati liberali - anzi - non le riconoscevano affatto come soggetti liberi. Considerate incapaci di agire secondo ragione, le donne erano subordinate alla autorità del padre prima e del marito poi.
Le prime donne a conquistare i diritti politici furono le australiane nel 1903, a seguire le finlandesi, nel 1906. In Inghilterra le donne ottennero il diritto di voto negli anni venti del ‘900. In Francia Italia e Belgio le donne ottennero il diritto di voto dopo la seconda guerra mondiale: una questione di “decenza”, commentò Angela Guidi la prima donna eletta a prendere voce nel parlamento repubblicano.
Molto più complicato e pieno di ostacoli il cammino per il riconoscimento dei diritti civili, ovvero la possibilità di gestire la propria vita, il proprio patrimonio senza autorizzazione del marito.
Proprio sui diritti civili è risorto fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta il movimento femminista italiano (e non solo). I movimenti femministi degli anni ‘70 si dedicarono quindi alla presa di coscienza dello stato di oppressione in cui versavano le donne e quindi alla propria liberazione da questo. La consapevolezza che la differenziazione dei ruoli sessuali considerata ‘naturale’ privilegiava solo il ruolo maschile andava di pari passo alla critica dell’ideologia ‘oppressiva’ e ‘patriarcale’, dovuta ad un sistema educativo retrogrado e condizionante.
Il movimento rimase sempre in buona parte estraneo alla politica e alle ideologie tradizionali (considerate entrambe prodotti di una cultura solo maschile) e si distinse nell’attenzione che conferiva alle singole esperienze di vita, utilizzate come base per analizzare la situazione comune a tutte le donne.
L’esplosione della partecipazione delle donne e della cultura femminista ha portato, soprattutto a partire dagli anni Sessanta e Settanta, a numerose pubblicazioni teoriche e ad un’infinita serie di testimonianze, con una produzione e una ricchezza di interpretazioni che non è davvero possibile riassumere in un solo post.
Per rimanere nello specifico italiano, negli anni Settanta entra in scena un femminismo più ‘radicale’, ovvero un femminismo che non si limitava a discutere solo i temi propri della tradizione riformista (il diritto al voto, l’eguaglianza, ecc.) ma che sviluppava una critica più generale a tutta la società, abbracciando anche forme di azione politica diverse e innovative.
Erano gli anni dei collettivi, dell’autocoscienza, delle riviste delle donne, delle bambine cresciute leggendo non più “piccole donne” ma “dalla parte delle bambine”. Gli anni in cui le donne hanno cominciato a sposarsi a volte, ma a volte anche no, a convivere, a cambiare partner senza sentirsi delle poco di buono, a viaggiare da sole e ad uscire la sera anche senza accompagnatore, a essere indipendenti economicamente e psicologicamente.
Negli anni successivi - dopo la fine della stagione dei movimenti dei decenni precedenti e dopo la conquista di diritti impensabili solo pochi anni prima - l’espressione ‘femminista’ ha perso molto del suo significato originario: molti diritti erano ormai acquisiti e con essi una nuova consapevolezza e un nuovo ruolo sociale per tutte le donne, tanto che la parola ‘femminista’ è rimasta spesso legata solo allo specifico settore degli studi teorici sul tema.
A partire dagli anni Novanta lo scenario muta, si parla di ‘questioni di genere’ e di ‘pari opportunità’ e fioriscono studi e percorsi di approfondimento (i gender studies) e le azioni istituzionali per garantire una maggiore partecipazione delle donne alla sfera politica.
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza quella stagione. L’aborto, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la radicale trasformazione degli usi e costumi sociali e il nuovo protagonismo delle donne… tutto questo si deve anche e soprattutto al movimento femminista di quegli anni.
Approfondimenti:
la storia del femminismo su wikipedia
correnti principali della teoria femminista
Il referndum sul divorzio
Sunday 14 January 2007
Sono governi incerti quelli che si alternano nel paese all’inizio degli anni Settanta. Incerti sugli equilibri e sulla tenuta, incerti sulla società che rappresentano e incerti - infine - di fronte a un’opposizione che avanza anche grazie a questioni meramente legate ai costumi degli italiani. Fra queste la più importante, periodizzante potremmo dire, è sicuramente la legge Fortuna Baslini sull’introduzione del divorzio.
La ‘questione’ del divorzio travalica rapidamente i suoi confini diventando specchio di due Italie del tutto trasversali. Più che laica e cattolica, meglio dire una conservatrice e una riformista, visto che se fra i cattolici alcuni non si esprimono o appoggiano la legge, fra i laici molti tentennano.
I Vescovi invocano il referendum sulla legge introdotta nel 1970, certi di un paese che non è più quello che conoscono. Rumor a capo del governo si dimette, al suo posto va Aldo Moro che con parole sue ribadisce il libera chiesa in libero stato.
Ma nel 1972, in un contesto nazionale abbastanza problematico, la società sta cambiando, la forza delle donne italiane cresce notevolmente, il confronto si anima. Gli appelli di molti a partecipare ai dibattiti in corso vengono adeguatamente accolti (”la democrazia ha bisogno di noi”) e sul tema del referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio emerge chiaramente che opinione pubblica e politica non sono allineate, né fra di loro, né al loro interno.
Il 1974 si rivela l’anno decisivo. Il governo in crisi provoca qualche perplessità sulla sorte del referendum mentre la Chiesa interviene in difesa dell’unità della famiglia. Contemporaneamente anche il mondo sindacale cattolico partecipa al dibattito, schierandosi a favore della legge, nella consapevolezza che ben altro (disoccupazione, carenza dei servizi, inadeguatezza di salari e strutture) minacciava la famiglia italiana.
In questo contesto si arriva al referendum, il 12 e 13 maggio 1974, che porta ad un risultato schiacciante per il mantenimento della legge sul divorzio: 59,26% dei votanti per il no; 40,74% per il si. L’abrogazione della legge sul divorzio è respinta. L’italia è cambiata.
Approfondimenti





