Archivio della Categoria 'Anni '50'

L’icona della mistress: Betty Page

Sunday 18 February 2007

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Il 22 aprile del 1923 nasceva a Nashville, Tennessee, Bettie seconda fglia di Roy Page e Edna Mae Pirtle. Le condizioni economiche della famiglia erano disastrose e Bettie crebbe in un ambiente difficile e violento. Chi avrebbe detto mai che quella ragazzina, fragile e indifesa, sarebbe diventata in pochi anni Betty Page, ovvero uno dei simboli sessuali più ambiti dell’epoca?

Secondo molti fu lei la prima pin up e anche senza voler esagerare certo è che Betty è sicuramente uno dei miti più longevi dell’industria del sesso se ancora oggi a lei sono dedicati migliaia di siti, fan club in tutto il mondo e recentemente anche un film.

Bettie fu lanciata da Playboy e in pochi anni diventò il simbolo di una femminilità totale, alla quale continuarono a ispirarsi per anni artisti e disegnatori. Una serie di sfortunati matrimoni e forse la bionda rivale Marylin Monroe le fecero presto perdere il primato e dagli anni Sessanta Bettie sparì ritirandosi a vita privata.

Bettie Page fu la prima modella a giocare con il bondage e con le prime foto  fetish e sadomaso pubblicate su riviste come “Play Boy”, “Whisper”, “Wink”, “Taboo”, “Bizzarre”.

Dal catfight (zuffe di ragazze che si accapigliano e atterrano a vicenda), al bondage passando per ruoli da mistress e l’uso frequente dello spanking (per i non avvezzi, “l’arte della sculacciata”). La sua attività ispirò, fra l’altro, la prima grande inchiesta governativa americana sulla pornografia nel 1955.

Messi da parte i bikini fiorati e le crinoline, è l’armamentario feticista, nero e lucidissimo, a uscire allo scoperto per la prima volta. Corsetti e corpetti, tacchi vertiginosi e maschere di pelle, fruste e frustini… Betty Page era tutto questo e lo era in pieni anni Cinquanta.

Una nota in chiusura: avete presente quelle frangette nere e corte che tanto vanno di moda oggi? Beh, la prima frangetta del genere fu proprio quella della mitica Betty.

le case chiuse e la legge merlin

Sunday 18 February 2007

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Le prostitute sono diventate oggi parte integrante del tessuto urbano, costellano le periferie, popolano strade inanimate, appaiono come fantasmi in luoghi dove non ci si aspetterebbe mai una presenza umana. Sono lì, ai margini di grandi arterie stradali o sotto a un cavalcavia, a ricordare l’incapacità della nostra società di fare i conti con il mercato del sesso a pagamento.

Ma un tempo l’iconografia della prostituta era diversa, non sulla strada ma nelle stanze di appartamenti più o meno lussuosi o al contrario più o meno stamberghe. Erano però chiuse, le persiane accostate, i vetri oscurati, per motivi di tutela del comune senso del pudore e soprattutto per la privacy di chi le frequentava. E a specificare l’obbligo della chiusura, esisteva una precisa legge sin dal 1888 che obbligava le case a tenere serrate le persiane con tanto di catene.

Erano nate in Francia così sembra, e lì si chiamavano maisons de tolérance. Cavour le portò in Italia insieme all’unificazione del paese: l’accentramento amministrativo di fine ‘800 riguardò anche le prostitute, schedate e controllate settimanalmente da un medico. In cambio lo Stato beneficiava di tasse e balzelli su un lavoro certo non granché tutelato: le otto ore lavorative erano ben lontane e più si lavorava più si guadagnava.

La struttura delle case chiuse era più o meno omogenea, sia che si trattasse di case di lusso frequentate dalla buona borghesia che si trattasse invece di quelle di categoria inferiore, affollate per lo più da soldati, contadini e gente di passaggio. All’ingresso si trovava il salone e il bar, dove ammirare e scegliere le ragazze. Ai piani superiori, di norma, le camere da letto dove consumare il proprio momento di passione. Lo standard della ‘professione’ all’epoca era da stakanovisti: dalle 30 alle 50 marchette al giorno e per non più di 15 giorni, poi la ragazza veniva cambiata come uno strofinaccio.

L’iniziazione degli uomini prevedeva un passaggio in una di queste case intorno ai 18 anni. Era una tradizione assolutamente diffusa e comune e tale è rimasta anche in tempi molto molto recenti.

Già dal 1948 in Italia fu vietata la concessione di nuove licenze, ma il provvedimento di chiusura, la notissima legge Merlin, fu approvato solamente nel 1958, a dieci anni dalla sua presentazione e dopo aver superato diverse resistenze. La legge Merlin fu approvata a scrutinio segreto con 385 si e 115 no il 29 gennaio del 1958. A favore della chiusura si schierarono tutti i partiti di sinistra e la democrazie cristiana. Contrari al provvedimento invece si dichiararono i monarchici, l’MSI e qualche indipendente. Fra i personaggi famosi contrari alla legge, il più noto è sicuramente Indro Montanelli che al mondo delle case chiuse dediò un appassionato pamphlet “Addio Wanda”.

Oggi il dibattito sulla prostituzione continua ad infiammarsi con ciclica regolarità, diviso fra le polemiche per i rischi di una prostituzione costretta nella strada e le richieste di modifiche e diritti portate avanti dalle associazioni delle prostitute.

Approfondimenti:

storia delle case chiuse

bibliografia su prostituzione e case chiuse

il testo della legge Merlin

Il gioco Puttanopoly ideato dalle associazioni delle prostitute

dalle pin up a playboy

Tuesday 13 February 2007

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Con il cinema e il varietà, e soprattutto con la grande stagione dei musical, le pin up degli anni 40 avevano mostrato le gambe e gli ombelichi. Ma la vera svolta arrivò con i primi anni Cinquanta: nel 1953 infatti, mentre in Italia i comunisti chiamavano i democristiani forchettoni e la Lollobrigida spopolava con Pane amore e fantasia, negli Stati Uniti nacque la rivista Playboy.

Per la prima volta una rivista patinata si consacrava interamente e unicamente alla fotografia erotica. Con Playboy, fondata da Hugh Hefner, nasce l’industria del soft porno, cioè del vedere ma anche del nascondere un po’, con le famosissime grandi pagine centrali dedicate alle conigliette di turno.

Il primo numero ospitava per 50 centesimi la giovane e sconosciuta Marilyn Monroe, e da allora tutte le dive americane hanno aspirato a un posto d’onore su quelle pagine.

Con la nascita di Playboy cambia completamente il senso del porno: venduto in edicola, fra le altre riviste, viene in qualche modo sdoganato e entra in case con mogli in sottana e frigoriferi nuovi di zecca. Playboy fa anch’esso parte del boom.

Negli anni successivi la pornografia si diffonde sempre di più anche in Europa, si specializza e con essa si sviluppa il mercato ‘per soli adulti’, con relative pubblicazioni e vere e proprie fiere.

Fino ad arrivare ad un’altra data chiave: l’uscita nel 1972 (ma in Italia solo nel 1977) di Gola profonda, vera e propria pietra miliare nella storia del porno ed oggetto del prossimo post.

sesso e politica

Wednesday 31 January 2007

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I rapporti fra sesso e politica sono sempre agli onori delle cronache. Basti pensare che per ultimo anche il presidente israeliano Katsav è stato accusato di molestie sessuali. Di solito comunque (visto che in fondo la vita sessuale degli individui dovrebbe essere un fatto privato) il sesso viene utilizzato come un clava contro l’avversario in momento particolarmente infelici della battaglia politica.

Questo è successo con il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e la stagista Monica Lewinski: la tresca con la giovane donna obbligò il presidente a ritirarsi per un bel po’ dalla vita politica, era in tempi assai recenti, correva l’anno 1995.

In Italia il caso più celebre in questo senso è la morte di Wilma Montesi, torbida vicenda ancora non spiegata nei suoi particolari dopo cinquanta anni. Già, perché del caso Montesi se ne è molto parlato e si continua parlarne. La Montesi sarebbe morta, forse per overdose di droga, forse per un semplice malore, durante un’orgia, in una villa del marchese Ugo Montagna.

Alla ‘festicciola’ in questione avrebbe preso parte il musicista Piero Piccioni, figlio di un importante notabile democristiano, il già ministro degli Esteri Attilio Piccioni, destinato ad ereditare da Alcide De Gasperi la leadership della Democrazia Cristiana, il più importante partito di governo. La morte della Montesi diventa quindi il grimaldello per scalzare all’interno della DC gli avversari e farsi largo verso la direzione del partito.

Il caso coinvolge anche il questore di Roma, Saverio Polito, accusato di insabbiare le prove. Il caso Montesi – sul quale la stampa italiana, divisa per appartenenza politica, seppe dare il peggio di sé - si trascinerà per oltre quattro anni. Fino al 27 maggio 1957, quando il Tribunale di Venezia manderà assolti con formula piena Piccioni, Montagna, Polito e altri nove imputati minori, rinviati a giudizio nel giugno 1955. Ancora oggi la morte di Wilma Montesi resta un mistero.

Per approfondimenti sul caso Montesi vi consigliamo “Il caso Montesi” di Francesco Grigneti.

Il delitto d’onore

Saturday 27 January 2007

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Vi ricordate di Divorzio all’italiana? Il bel film di Pietro Germi che nel 1961 raccontava le ben poco edificanti avventure di Fefè (Marcello Mastroianni) che innamorato di una giovanissima Stefania Sandrelli, induceva la moglie a tradirlo per poi ucciderla. Già allora il regista si scagliava contro una norma assurda del nostro diritto penale che attenuava la pena di delitti compiuti per vendicare l’onore tradito.

Eppure tanti sono stati i delitti d’onore nella nostra storia anche recente, come racconta il giornalista Attilio bolzoni:
«Come lo scultore Filippo Ciffariello, che aveva sposato la bellissima diciottenne Maria de Brown e la sorprese con l´amante alla pensione «Mascotte» di Posillipo. Sparò un solo colpo. Ebbe clemenza dalla corte, fu assolto per avere vendicato lo sfregio. Era il 1905. O come Luigi Millefiorini, che fece fuori la moglie Giovanna a Roma, in via Appia. La donna aveva una relazione con un certo Leone. In primo grado Leone giurò di non avere mai sfiorato con un dito Giovanna e Luigi fu condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione, in appello l´uomo confessò di essere l´amante e la condanna per Luigi scese a 7 mesi. Fu scarcerato con il solito battimani. Era il 1954. O come il maresciallo di polizia Alfonso La Gala, che colpì la moglie Anna con un tubo di ferro nella loro casa di Aversa. Lei aveva confessato di amare un altro. La condanna fu di 2 anni di reclusione e la non menzione sul certificato penale. Era il 1978».

L´articolo del codice era sempre quello, il numero 587 ereditato direttamente dal Codice Rocco che recitava: «Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell´atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d´ira determinato dall´offesa recata all´onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni». E non a caso, gemella e speculare al ‘delitto d’onore’ era la norma sul ‘matrimonio riparatore’ che prevedeva che il reato di violenza carnale venisse estinto se lo stupratore acconsentiva a sposare regolarmente la vittima, salvando così l’onore della famiglia.

Qualcuno cercò di abolirlo già nel 1968. Il primo fu il ministro della Giustizia Oronzo Reale, poi Giuliano Vassalli. Ma le loro proposte si arenarono in Parlamento, tutto sommato sull’abolizione dell’articolo non era poi così scontato trovare consensi unanimi.

Significativamente fu solo dopo il referendum sul divorzio prima e quello sull’aborto poi che le disposizioni sul delitto d’onore furono infine abrogate, con la legge n. 442 del 5 agosto del 1981. Ma fino a pochi mesi prima la legge è stata osservata al punto che l’ultimo delitto d’onore discusso in tribunale risale al marzo dello stesso anno…

Approfondimenti:

la storia del delitto d’onore nell’articolo di Attilio Bolzoni

Il dibattito costituzionale: la famiglia e la morale

Sunday 21 January 2007

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Famiglia, morale, comune senso del pudore: fra i principi fondamentali della Costituzione non appare alcun richiamo a questi temi, anche se l’articolo due rimanda alla tutela di quelle “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Eppure la famiglia e tutte le tematiche che ad essa si riferiscono è uno dei punti caldi del dibattito costituzionale soprattutto in relazione alla collocazione della donna nella società italiana. E morale, senso del pudore ne sono gli inevitabili corollari, in uno stato ancora fortemente legato a modelli di convivenza contadini e patriarcali.

L’articolo 3 della carta costituzionale recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Ma se questo è il dettato del testo costituzionale, nella realtà dei codici fino alle modifiche degli anni Sessanta e Settanta esistono arretratezze (ad esempio la discriminazione dei figli illegittimi) e pesanti distinzioni fra uomo e donna come nei casi dell’adulterio femminile e della patria potestà.

I costituenti si trovarono di fronte alla necessità di trovare un compromesso fra le diverse posizioni su questi temi con il risultato di produrre definizioni generiche e poco vincolanti che produssero di fatto uno spostamento del dibattito vero e proprio negli anni successivi, quando si arriverà a discutere delle riforme di tutte quelle norme che regolamentavano questi argomenti nel diritto vigente.

L’esempio più efficace è probabilmente quello del matrimonio, oggetto di lunghe discussioni all’interno del dibattito costituzionale.

Quando si arriva a discutere se la indissolubilità del matrimonio sia o no da introdurre nella norma costituzionale, le costituenti si dividono e mentre le cattoliche sono per aggiungere al matrimonio l’aggettivo “indissolubile”, le laiche si contrappongono fortemente a questa aggiunta al testo costituzionale. L’aggettivo non viene apposto ma il matrimonio di fatto resterà indissolubile fino alla emanazione della legge sul divorzio nel 1970 (legge Baslini Fortuna).

per tutti, per tutti con riserva, sconsigliati: la censura

Saturday 20 January 2007

gioventu perduta

Per la censura non c’è una data di nascita, soprattutto quando si parla di letteratura, ma se nei secoli la censura è stata per lo più uno strumento dei sovrani per decidere cosa pubblicare da un punto di vista squisitamente politico, il ‘900 e la società di massa pongono il problema della censura come un problema legato alla morale. In questo senso potremmo decidere che il primo mattone su cui viene costruito l’edificio del controllo pubblico della cultura di massa è il temibile codice di condotta del reverendo Hays che negli anni Trenta fornisce a Hollywood un vero e proprio breviario di condotta.

Anche in Italia è il cinema a rilanciare il dibattito sulla censura: nel 1941 il Centro cattolico cinematografico pubblica le proprie norme di condotta e per scarso rispetto del pudore vengono proibite, o tagliuzzate malamente, decine di pellicole fra cui, tanto per fare un esempio: ‘Il diavolo in corpo’ di Claude Autant-Lara,Sorrisi di una notte d’estate’ di Ingmar Bergman.

I film possono essere considerati “per tutti”, “per tutti con riserva”, “per adulti”, “per adulti con riserva”, “sconsigliati”, “esclusi”. Vengono giudicati pericolosi e quindi proibiti i film che parlano di divorzio, duello, suicidio, maternità illegittima. Ma anche quelli che deridono in qualsiasi modo la chiesa, o parlano di sesso e seduzione, anche solo indirettamente. I giovani devono astenersi da questi spettacoli, per loro del resto anche gialli e polizieschi sono fonte di pericolo e dunque obbiettivo della censura.

Il cinema quindi, per lo più proiettato nelle parrocchie, subisce numerosi interventi esterni che spesso rendono le pellicole incomprensibili. Del resto le contraddizioni della censura appaiono rasentare il ridicolo quando si abbattono sul film ‘Fabiola’, tratto dal romanzo del cardinal Nicholas Patrick, che per essere ambientato fra i primi martiri cristiani non può non prevedere scollature e spalle semiscoperte.

Il mondo del cinema comunque non rimane a guardare, e da subito interviene attivamente nel dibattito: nel 1947, anno in cui Giulio Andreotti si insedia all’Ufficio centrale per la cinematografia, viene negato il nulla osta alla circolazione del film di Germi ‘Gioventù perduta’. Trentacinque registi, da Blasetti a Visconti, scrivono una lettera sdegnata lamentando la minaccia quotidiana che il cinema subisce. E se negli anni mutano nel tempo sensibilità e categorie dell’illecito, i tagli e le messe al bando continuano. Da Pasolini, probabilmente il più censurato in assoluto, a Monicelli e mille altri fino ad arrivare a Bertolucci che ‘Ultimo tango a Parigi’ si trova nel 1976 di fronte alla condanna al rogo della pellicola e alla privazione dei diritti politici per cinque anni per il regista.

Ma la censura si abbatte anche sul teatro, dove nel 1961 viene bloccata la rappresentazione di ‘Arialda’ di Giovanni Testori, e sulle altre forme di comunicazione. E a proposito dei pubblicitari si legge nel libro di G. Cavallotti, ‘Gli anni cinquanta’ (1979), «Mostrare l’attaccatura del seno era lecito sui giornali femminili (tra donne si può), ma diventava pericoloso nei manifesti murali che si “imponevano allo sguardo dei bambini innocenti”. Conveniva quindi seguire l’esempio dei rotocalchi, che ritoccavano le foto delle attrici coprendo le scollature con pizzi e merletti. Altrimenti c’era il rischio di andare incontro a risultati promozionali negativi, e perfino di aver noie con la magistratura. Le condanne per oltraggio al pudore fioccavano».
Approfondimenti:

storia della censura

la censura su wikipedia

Il ruolo della chiesa: i Bellandi concubini

Monday 8 January 2007

Effettivamente il 1958 è anno che dà da fare ai cronisti: fra Madonne che devono apparire a Terni e la fine del mondo attesa per il 1960, per cui una comunità si rifugia sul Monte Bianco in attesa del drammatico evento, i giornali sono zeppi di notizie. Il 20 settembre entra in vigore la legge Merlin per la chiusura delle case di tolleranza, e mentre Fred Buscaglione canta Eri piccola così, la signora Fenaroli viene fatta assassinare a Roma dal marito che aveva investito in una assicurazione di 100 milioni sulla sua vita.

Dunque perché stupirsi che dei coniugi Bellandi, gli sposi di Prato non se ne parli più, neanche in cronologie sul costume e a vita nazionale? Eppure quello dei Bellandi fu un vero e proprio caso, altro che PACS e coppie di fatto. I Bellandi volevano proprio sposarsi, e fare tutto per bene, niente gravidanze e figli illegittimi, niente matrimoni riparatori, i due novelli Renzo e Lucia chiedevano solo di potersi impalmare a vicenda, fede al dito e via….

Ma nell’Italia alle porte del boom qualcosa non funzionava nella loro idea di matrimonio. Già perché i due volevano sposarsi soltanto con rito civile: sì avete capito bene. In comune come si dice oggi, senza messe e chiese e preti. Un sì laico… E l’Italia, che vizio!, si divise in due, da una parte la chiesa cattolica con le masse dei suoi fedeli, dall’altra lo schieramento laico che difendeva i coniugi Mauro Bellandi e Loriana Nunziati. Il vescovo di Prato monsignor Pietro Fiordelli definì in un’omelia i coniugi Bellandi «pubblici peccatori e concubini», togliendo ogni valore al rito civile.

Il vescovo scrisse al parroco, novello don Abbondio che forse avrebbe anche fatto finta di niente per la pace dei suoi parrocchiani. La lettera fu pubblicata il 12 agosto 1956 sul giornale parrocchiale. «Oggi, 12 agosto, due suoi parrocchiani celebrano le nozze in Comune rifiutando il matrimonio religioso. Questo gesto di aperto, sprezzante ripudio della religione è motivo di immenso dolore per i sacerdoti e per i fedeli. Il matrimonio cosiddetto civile per due battezzati assolutamente non è matrimonio, ma soltanto l’inizio di uno scandaloso concubinato». Nella lettera si giungeva poi anche all’aperta intimidazione: «Pertanto lei, signor Proposto, alla luce della morale cristiana e delle leggi della Chiesa, classificherà i due tra i pubblici concubini e, a norma dei canoni 855 e 2357 del Codice di Diritto Canonico, considererà a tutti gli effetti il signor Bellandi Mauro come pubblico peccatore e la signorina Nunziati Loriana come pubblica peccatrice. Saranno loro negati i sacramenti, non sarà benedetta la loro casa, sarà loro negato il funerale religioso».

Ovviamente i Bellandi si ribellarono al massacro pubblico e denunciarono il vescovo che si vide comminare una multa di 40.000 lire perché le leggi della Chiesa non possono contenere norme che autorizzino le autorità ecclesiastiche a ledere un bene del cittadino tutelato dalle leggi dello Stato».

Approfondimenti:

Il matrimonio nel codice civile
Il matrimonio nel diritto canonico
Il punto di vista degli “atei” e la cronaca dettagliata della vicenda Bellandi
La diocesi di Prato
L’altra chiesa e il concubinaggio

I figli illegittimi

Sunday 7 January 2007

il monello

Per secoli ai ‘figli illegittimi’, figli nati fuori dal matrimonio spesso da donne sole e di condizione sociale umile, la sorte destinava la pietà del paese. Il neonato avvolto in pochi stracci, veniva abbandonato davanti alla porta della chiesa, all’ospedale oppure depositato direttamente sulla ‘ruota degli esposti’, vero e proprio spazio dedicato ai trovatelli.

Oggi, riformato il codice e parificati i diritti, i figli illegittimi specie se di personaggi famosi più prosaicamente al massimo possono incappare nel test del dna per verificare la paternità.

Così è accaduto agli eredi dei più grandi dispensatori di figli illegittimi che il 900 ha conosciuto. Elvis, senza dubbio e Maradona, come dimenticarlo.

E accanto ai padri illegittimi, di figli illegittimi, o naturali, come giustamente preferiscono chiamarsi, se ne ricordano di altrettanto famosi come Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Figli nati dalla relazione di Luisa De Filippo, nubile, con Eduardo Scarpetta, celebre attore ed autore di commedie. Erano definiti “figli del bottone” in quanto la madre era la sarta della compagnia teatrale del grande commediografo napoletano. Si racconta che i due fratelli ebbero un rapporto difficile con il padre, che erano costretti a chiamarlo zio, a differenza di Titina che invece era la prediletta.

Eduardo De Filippo, scriveva nei primi anni ‘70 : ‘Mi ci volle del tempo per capire le circostanze della mia nascita perché a quei tempi i bambini non avevano la sveltezza e la strafottenza di quelli d’oggi e quando a undici anni seppi che ero “figlio di padre ignoto” per me fu un grosso choc’.

Una curiosità lo sapevate che le regioni con la più alta incidenza di figli illegittimi sono Lombardia e Lazio con il 10%, e che in Italia il 10% dei figli sono illegittimi? Per la gioia dei genetisti…

Adulteri illustri e scandali famosi

Sunday 7 January 2007

“Chi non ha di meglio va a letto col marito”
[proverbio]

“La moglie d’un suo supertifoso è scappata di casa per acclamarlo. Va a vederlo in albergo. Lui ha dentro gli ottani di Cavanna e la rincorre nel corridoio, come un satiro sbronzo. Lei si schermisce. Si chiama Giulia. Accetta di vederlo a Milano. Si vedono. Vanno insieme a St. Moritz. Si lasciano fotografare ai margini, quando raggiungono – da spettatori – il Tour. Una Dama bianca sottrae Fausto al mito di cui lo circondavano le folle”.

Così dalle cronache dell’epoca di Gianni Brera. Ma oggi, chi al di sotto dei 40 anni si ricorda ancora dello scandalo suscitato dalla love story fra Giulia Occhini e Fausto Coppi?

Lui, il campione ciclistico Fausto Coppi fu accusato di adulterio. Lei, la ‘dama Bianca’ Giulia Occhini, imprigionata un mese per lo stesso reato.

La condanna nel paese fu unanime. Lui lasciava una moglie, lei un marito e quello che oggi si sarebbe risolto con un duplice divorzio sfociò in una tragedia all’italiana. Vittima di un diritto discriminante e maschilista la Occhini finì addirittura in carcere per aver lasciato marito e figli per un altro uomo. La legge ancora negli anni ‘50 distingueva infatti l’adulterio femminile da quello maschile e bisognerà aspettare il 1968 per l’abolizione di questa distinzione anticostituzionale fra uomini e donne.

Giulia Occhini e Fausto Coppi vennero condannati ad Alessandria, rispettivamente a tre e due mesi di carcere, per adulterio e abbandono del tetto coniugale, ma lui ottenne la sospensione della pena. Già campione d’Italia più volte, Coppi in quel 1955 sperimentò il bigottismo del paese disposto a tollerare un eventuale figlio illegittimo ma non una relazione scoperta, alla luce del sole.

Ma il caso di Coppi è solo il primo di una lunga serie e gli scandali legati a corna e tradimenti segneranno le cronache anche per tutti gli anni Sessanta con i casi della diva Maria Callas, del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy e di molti altri.

Oggi non si parla più di ‘adulterio’ ma di relazione extraconiugale, di infedeltà, o di tradimento. Ma anche se i termini per parlarne sono cambiati ed anche se non è più un reato, l’interesse che suscita l’adulterio, soprattutto quando coinvolge persone famose, è sempre altissimo. Basti pensare all’infinita serie di riviste che fanno la loro fortuna su questo genere di argomenti o, in tempi recenti, alla creazione di un ricco sito internet dedicato esclusivamente al tradimento.