Archivio della Categoria 'Anni '60'

Scandali cantati # 2

Thursday 12 April 2007

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Torniamo sugli scandali cantati per un post ad hoc sulla canzone che maggiormente ha segnato la storia della censura musicale in Italia: la scandalosissima e peccaminosa Je t’aime moi non plus, il celebre duetto amoroso tutto sospiri e frasi sussurrate di Serge Gainsbourg, noto musicista e provocatore francese e Jane Birkin, bellissima attrice inglese sbarcata in Francia dopo aver recitato in Blow Up di Antonioni e sua compagna.

La canzone, originariamente, doveva essere cantata da Brigitte Bardot, che però si tirò indietro all’ultimo spaventata dai rischi dello scandalo. La canzone, che oggi fa da sfondo sonoro a una mezza dozzina fra spot pubblicitari e sigle televisive, fu invece sì uno scandalo coi fiocchi, ma anche un enorme successo.

Uscita nel 1969, Je t’aime moi non plus non riuscì nemmeno ad arrivare sul tavolo della commissione. Venne direttamente bloccata dalla magistratura che diede corso a una denuncia per oscenità. Per i sospiri di Jane Birkin e Mr. Gainsbourg si intervenne addirittura sulle Hit Parade, cancellando dalla lista la canzoncina incriminata che altrimenti avrebbe mostrato di essere in testa a tutte le classifiche.

La canzone era tanto scandalosa che nessuna radio pensò mai di poterla trasmettere, tant’è che nemmeno buy generic viagra order generic cialis buy viagra order levitra buy cialis venne richiesto il visto per la sua trasmissione. Ma rimaneva il problema dei 45 giri in vendita e dei juke box che sulle spiagge di mezza Italia continuavano vorticosamente a ingerire monetine e a trasmetterla impunemente per la gioia dei bagnanti.

Si arrivò quindi alla richiesta di distruggere tutte le copie dei 45 giri sul suolo italiano col risultato di far diventare ancor più noti i sospiri della celeberrima coppia e di alimentare un mercato nero ad hoc del disco diventato ormai veramente proibito e quindi molto costoso.

Oggi sarebbe un’ottima operazione di marketing. Nel 1969 era uno scandalo e nella nostra memoria una pagina divertente degli anni che furono.

Scandali cantati # 1

Sunday 1 April 2007

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Quelli fra i lettori che amano Baglioni sappiano che la più nota hit del loro beniamino, Piccolo grande amore, non doveva recitare “la paura e la voglia di essere soli” ma bensì “la paura e la voglia di essere nudi”.

Se stuoli di adolescenti cantano da anni un ritornello sbagliato, la colpa è della ‘commissione di ascolto’ della Rai che per anni si è occupata di impedire che arrivassero alle nostre orecchie frasi troppo scandalose.

La storia delle canzoni proibite è lunga tanto quella della radio e della televisione. Nell’Italia del monopolio radio e televisivo di mamma Rai, non erano infatti poche le canzoni che venivano bloccate o più spesso sapientemente modificate per non risultare provocatorie o offensive alle orecchie dell’italica cittadinanza.

Il criterio di selezione si basava su principi semplici e generali: non si parla di politica, di patria, religione, chiesa e cariche statali se non in termini più che rispettosi. Del sesso invece, meglio non parlarne proprio. Indipendentemente dal come se ne parla.

E l’effetto era immediato: a seconda del giudizio espresso dalla commissione ai dischi veniva applicata l’etichetta di ‘non idoneo’ o nei casi più gravi un radicale ‘da non trasmettere’. No, non è una metafora, erano concretissime etichette adesive messe sui dischi.

Così vengono censurati infiniti autori, fra cui il più emblematico è probabilmente Fabrizio De Andrè, che viene censurato praticamente in toto: dal Via del Campo a Carlo Martello, da La canzone di Marinella a La guerra di Piero, da Bocca di rosa a Il gorilla.

Ma sotto la scure della commissione cadono moltissimi altri autori fra cui perfino la divina Mina, rea di aver inserito un criptico riferimento ad una relazione sessuale senza coinvolgimento amoroso nel pezzo L’importante è finire, e addirittura il castissimo Domenico Modugno, che al contrario col coinvolgimento amoroso aveva esagerato dedicando alla moglie un pezzo dal peccaminosissimo titolo di Nuda.

Ma di lì a poco, e siamo ormai negli anni Settanta, la scena cambia. Si affacciano sulla scena le radio libere e con esse l’impossibilità per la RAI di controllare in toto le trasmissioni musicali del Bel Paese.

Ed è così che in pochi anni salgono agli onori delle hit pezzi legendari come Pensiero stupendo di Patty Pravo, con l’esplicito riferimento a un rapporto sessuale a tre e qualche anno dopo Kobra della Rettore, vero e proprio inno divertito al sesso.

Siamo ormai verso gli anni Ottanta, le frequenze sono libere e le parole anche. La RAI non può più censurare tutto, vorrebbe dire tagliarsi fuori dal mercato oltre che dai tempi. La selezione si allenta e anche le frequenze della Radio pubblica e perfino di San Remo diventano più libertarie.

Ed una cometa del panorama musicale come Viola Valentino può cantare senza censura - ma anche senza voce - una canzone come Comprami “se non sai andare lontano / dove non ti porta la mano / comprami, io sono in vendita / e non mi credere irraggiungibile”. E’ il 1979 e vende 500 mila copie.

Pillola e lavatrice

Thursday 1 March 2007

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Pillola, lavatrice e più recentemente tv. Sono probabilmente questi i tre ingredienti che maggiormente hanno contribuito alla liberazione sessuale delle italiane dai condizionamenti della tradizione patriarcale e oscurantista. La lavatrice ha liberato il tempo, la tv i desideri. La pillola ha liberato il corpo.

Oggetto del desiderio ancora più della lavatrice, magica amica che ha permesso a generazioni di donne di vivere l’atto sessuale senza sensi di colpa e frustrazioni. E non è un caso che più di 200 storici hanno concluso che la pillola ha avuto un impatto sull’umanità’ nel XX secolo maggiore della Teoria della relatività di Einstein, della bomba nucleare e di Internet.

L’anno della sua prima diffusione è il 1961: tra gli Stati Uniti e Cuba sta per scoppiare la guerra, le gemelle Kesslerr cantano Da da umpa, l’adulterio femminile, dice la Corte costituzionale, non è diverso da quello maschile.

Ma la pillola viene da lontano. Per l’esattezza dal fortunato incontro delle ricerche di un medico ostinato e geniale e il primo movimento delle donne: il medico si chiamava Pincus e il movimento delle donne veniva dalla campagna che negli Stati Uniti aveva visto nascere nei primi anni del 900 i consultori familiari ante litteram.

L’industria farmaceutica Searle portò la pillola in Europa nel 1961: non solo opportunità commerciali ma anche di ordine morale, e più in generale di costume, la spingevano ad attendere qualche anno prima di compiere la scalata del vecchio continente.

In Italia la pillola Anovlar fu disponibile in farmacia e dietro prescrizione medica a partire dal 1961, ma agli inizi la sua diffusione fu collegata ai problemi mestruali e non alla contraccezione, parola che ancora oggi si pronuncia a mezza voce nel bel paese.

Sulla pillola si scatenarono allarmismi di ogni ordine e grado, dalla stampa ai politici che accusarono il medicinale di bloccare la crescita demografica dell’Europa. Solo i movimenti degli anni Settanta, il femminismo, e soprattutto il lavoro certosino per la capillarità dell’informazione che i medici dell’AIED effettuarono a partire dagli anni Sessanta fecero sì che venisse abolito l’articolo del codice penale che vietava la propaganda e l’utilizzo di qualsiasi mezzo contraccettivo.

E la lavatrice? Ecco, la lavatrice ha una storia diversa, meno eclatante, più graduale e sommessa. Nasce nelle sue prime versioni sin dalla fine del 1700 e pian piano avanza. Prima oggetto raro, più curiosità tecnologica che altro, si diffonde lentamente nelle abitazioni dell’alta borghesia fino a quando boom economico e società dei consumi la portano in tutte le case insieme a fratello frigorifero e sorella televisione.

Ma se pensate che questo significhi un’importanza minore, provate a chiedere alle vostre nonne…

lo scandalo Profumo

Tuesday 20 February 2007

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Chi si ricorda del caso Profumo?

Nel 1963 si scoprì che il ministro della difesa britannico, John Profumo, uno dei più importanti membri del Gabinetto conservatore di Harold Macmillan, era implicato in un giro per niente chiaro di prostituzione e squillo di lusso. Fin qui niente di strano verrebbe da dire.

Ma i motivi dello scandalo non furono soltanto di natura morale. La sua amante a pagamento, Christine Keeler (la graziosa signorina ritratta nella foto) infatti intratteneva lo stesso tipo di rapporti con il diplomatico russo Eugene Ivanov. Non si trattava evidentemente di un dettaglio di poco conto in piena guerra fredda, ma l’elemento che maggiormente destò sospetto fu l’iniziale strategia di Profumo di fronte alle prime interrogazioni sull’argomento: negare, negare, negare, come da prassi consolidata da generazioni e generazioni di uomini.

Dopo poco più di due mesi Profumo fu però costretto ad ammettere la sua relazione, e conseguentemente a riconoscere di avere mentito niente meno alla Camera dei Comuni, ovvero il parlamento britannico, ovvero allo Stato.

Profumo fu costretto a dimettersi e con lui cadde il governo.

Lo scandalo Profumo - oggi anche un film - fu uno dei più importanti scandali a sfondo sessuale del dopoguerra e della vicenda si continuò a parlare per anni, tanto che la Keeler - vera antesignana in questo settore - decise di vendere in esclusiva racconti e retroscena della vicenda al miglior offerente fra i tabloid scandalistici inglesi.

Il caso Profumo si può considerare l’antecedente diretto del caso Clinton, se non fosse per il particolare certo non insignificante della par condicio concessa dalla Keeler al politico inglese e al diplomatico russo in un contesto e in un momento storico in cui dominava la guerra fredda.

In amore e in guerra non tutto è lecito.

dalle pin up a playboy

Tuesday 13 February 2007

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Con il cinema e il varietà, e soprattutto con la grande stagione dei musical, le pin up degli anni 40 avevano mostrato le gambe e gli ombelichi. Ma la vera svolta arrivò con i primi anni Cinquanta: nel 1953 infatti, mentre in Italia i comunisti chiamavano i democristiani forchettoni e la Lollobrigida spopolava con Pane amore e fantasia, negli Stati Uniti nacque la rivista Playboy.

Per la prima volta una rivista patinata si consacrava interamente e unicamente alla fotografia erotica. Con Playboy, fondata da Hugh Hefner, nasce l’industria del soft porno, cioè del vedere ma anche del nascondere un po’, con le famosissime grandi pagine centrali dedicate alle conigliette di turno.

Il primo numero ospitava per 50 centesimi la giovane e sconosciuta Marilyn Monroe, e da allora tutte le dive americane hanno aspirato a un posto d’onore su quelle pagine.

Con la nascita di Playboy cambia completamente il senso del porno: venduto in edicola, fra le altre riviste, viene in qualche modo sdoganato e entra in case con mogli in sottana e frigoriferi nuovi di zecca. Playboy fa anch’esso parte del boom.

Negli anni successivi la pornografia si diffonde sempre di più anche in Europa, si specializza e con essa si sviluppa il mercato ‘per soli adulti’, con relative pubblicazioni e vere e proprie fiere.

Fino ad arrivare ad un’altra data chiave: l’uscita nel 1972 (ma in Italia solo nel 1977) di Gola profonda, vera e propria pietra miliare nella storia del porno ed oggetto del prossimo post.

Lo scandalo dell’omosessualità: il caso di Aldo Braibanti

Sunday 11 February 2007

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Il 1967, anno di passioni, ultimo tassello di quei favolosi anni Sessanta destinati a schiantarsi in velocità con il Sessantotto e la contestazione, operaia e studentesca.

L’Italia non balla solo il twist, e mentre si prepara alla rivoluzione, un altro caso di cronaca scuote l’opinione pubblica (che diciamoci la verità sta lì apposta per farsi “scuotere”): Aldo Braibanti, artista e intellettuale, viene accusato di plagio, e unico nella storia d’Italia, condannato per tale reato, per aver intrattenuto una relazione omosessuale con due giovani uomini.

E’ il padre di uno dei due ad accusarlo e portarlo in tribunale.

Il procedimento penale nasce da una denuncia presentata nel 1964 da Ippolito Sanfratello, il padre di Giovanni. Il 1° novembre 1964 l’uomo, assieme al figlio maggiore e altri due uomini, irrompono nella pensione dove Giovanni abita con Braibanti, lo caricano con la forza in auto e lo portano a Modena in una clinica privata per malattie nervose.

In seguito il ragazzo viene trasferito al manicomio di Verona, dove gli infliggono una serie di elettroshock. A 25 anni, dopo quindici mesi di internamento, Giovanni viene dimesso con una serie di clausole che andavano dal domicilio obbligatorio in casa dei genitori al divieto di leggere libri che non avessero almeno cent’anni!

Al processo il “plagiato” spiega tranquillamente di “non essere stato soggiogato da Braibanti”, mentre Piercarlo Toscani fornisce una versione del tutta diversa: “con forte potere suggestivo, appoggiato alla sua cultura di grado assai più elevato del mio, ha tentato di introdursi nella mia mente con le sue idee politiche… prese gradatamente a staccarmi da ogni svago, cominciò ad impedirmi le letture a me usuali dicendo che non servivano”.

Il dr. Antonino Lojacomo durante la requisitoria del ‘68 afferma: “parlare di Braibanti è parlare di degenerazione, di ossessione, di miseria morale, di giovinezze macchiate e sciupate. Due ragazzi sono stati ridotti in totale stato di soggezione da un uomo che ha voluto plasmare le loro menti quasi distruggendole per sete di possesso e dominio, prima ancora che per perversione sessuale. Gli ha addirittura sottratti alla famiglia, agli amici, agli studi, li ha isolati e assorbiti con pazienza… Braibanti ha invaso il mondo intimo dei due ragazzi, immettendo in essi ciò che voleva venisse immesso. Chiedo una pena esemplare, affinché nessun professoruncolo domani possa venire a togliere la libertà a un innocente…”.»

Braibanti viene accusato e condannato a 8 anni che poi diventano quattro in quanto ex partigiano. Il suo caso rappresenta l’attacco più eclatante e diretto all’omosessualità in quanto tale: dopo Braibanti nessuno verrà più condannato per plagio.

Approfondimenti:

Intervista ad Aldo Braibanti

Articolo su Braibanti della LUO 

Intervista al ricercatore Gabriele Ferluga 

La parola alle donne: il femminismo

Sunday 4 February 2007

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“La gioia non ci spaventa donne si nasce, streghe si diventa”

E’ uno dei tanti slogan inventati dalle donne che fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta hanno partecipato alla stagione di impegno politico e autocoscienza denominata ‘femminismo’.

In realtà il movimento femminista trae le sue origini dalle lotte per il lavoro e per il voto in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi decenni dell’800. L’Ottocento non era certo stato il secolo delle donne, le leggi degli stati liberali - anzi - non le riconoscevano affatto come soggetti liberi. Considerate incapaci di agire secondo ragione, le donne erano subordinate alla autorità del padre prima e del marito poi.

Le prime donne a conquistare i diritti politici furono le australiane nel 1903, a seguire le finlandesi, nel 1906. In Inghilterra le donne ottennero il diritto di voto negli anni venti del ‘900. In Francia Italia e Belgio le donne ottennero il diritto di voto dopo la seconda guerra mondiale: una questione di “decenza”, commentò Angela Guidi la prima donna eletta a prendere voce nel parlamento repubblicano.

Molto più complicato e pieno di ostacoli il cammino per il riconoscimento dei diritti civili, ovvero la possibilità di gestire la propria vita, il proprio patrimonio senza autorizzazione del marito.

Proprio sui diritti civili è risorto fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta il movimento femminista italiano (e non solo). I movimenti femministi degli anni ‘70 si dedicarono quindi alla presa di coscienza dello stato di oppressione in cui versavano le donne e quindi alla propria liberazione da questo. La consapevolezza che la differenziazione dei ruoli sessuali considerata ‘naturale’ privilegiava solo il ruolo maschile andava di pari passo alla critica dell’ideologia ‘oppressiva’ e ‘patriarcale’, dovuta ad un sistema educativo retrogrado e condizionante.

Il movimento rimase sempre in buona parte estraneo alla politica e alle ideologie tradizionali (considerate entrambe prodotti di una cultura solo maschile) e si distinse nell’attenzione che conferiva alle singole esperienze di vita, utilizzate come base per analizzare la situazione comune a tutte le donne.

L’esplosione della partecipazione delle donne e della cultura femminista ha portato, soprattutto a partire dagli anni Sessanta e Settanta, a numerose pubblicazioni teoriche e ad un’infinita serie di testimonianze, con una produzione e una ricchezza di interpretazioni che non è davvero possibile riassumere in un solo post.

Per rimanere nello specifico italiano, negli anni Settanta entra in scena un femminismo più ‘radicale’, ovvero un femminismo che non si limitava a discutere solo i temi propri della tradizione riformista (il diritto al voto, l’eguaglianza, ecc.) ma che sviluppava una critica più generale a tutta la società, abbracciando anche forme di azione politica diverse e innovative.

Erano gli anni dei collettivi, dell’autocoscienza, delle riviste delle donne, delle bambine cresciute leggendo non più “piccole donne” ma “dalla parte delle bambine”. Gli anni in cui le donne hanno cominciato a sposarsi a volte, ma a volte anche no, a convivere, a cambiare partner senza sentirsi delle poco di buono, a viaggiare da sole e ad uscire la sera anche senza accompagnatore, a essere indipendenti economicamente e psicologicamente.

Negli anni successivi - dopo la fine della stagione dei movimenti dei decenni precedenti e dopo la conquista di diritti impensabili solo pochi anni prima - l’espressione ‘femminista’ ha perso molto del suo significato originario: molti diritti erano ormai acquisiti e con essi una nuova consapevolezza e un nuovo ruolo sociale per tutte le donne, tanto che la parola ‘femminista’ è rimasta spesso legata solo allo specifico settore degli studi teorici sul tema.

A partire dagli anni Novanta lo scenario muta, si parla di ‘questioni di genere’ e di ‘pari opportunità’ e fioriscono studi e percorsi di approfondimento (i gender studies) e le azioni istituzionali per garantire una maggiore partecipazione delle donne alla sfera politica.

Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza quella stagione. L’aborto, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la radicale trasformazione degli usi e costumi sociali e il nuovo protagonismo delle donne… tutto questo si deve anche e soprattutto al movimento femminista di quegli anni.

Approfondimenti:

la storia del femminismo su wikipedia

correnti principali della teoria femminista

link e approfondimenti sul tema

curiosità: in svizzera voto alle donne solo nel 1971

La fuitina e il disonore: il caso di Franca Viola

Wednesday 31 January 2007

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Fra le notizie degne di menzione, in quel volgere di anno 1965, la storia di Franca Viola sembra oggi sepolta da una miriade di fatti “più importanti”: proprio negli stessi giorni infatti l’Italia viene messa in allerta da una intervista al democristiano La Pira che dalle pagine del Borghese tuona contro l’amico Fanfani: “Attenti sarà il nuovo De Gaulle!”

Fra velleità golpiste, o solo dirigiste, e il boom di vendite dei televisori (il 49% degli italiani ne possiede uno) sembra strano pensare che una vicenda personale, piccola piccola, accaduta oltretutto laggiù, in Sicilia terra di emigrazione e malavita (basti pensare alla torinese La Stampa che tuona: “Attenti i criminali sono tutti figli di immigrati”) ed accaduta a una giovane di 18 anni possa essere ricordata per anni e diventare anzi l’alba di un nuovo atteggiamento delle donne verso leggi retrive e assurde.

Ammesso per legge il matrimonio riparatore (art.544), considerata la violenza sessuale un oltraggio alla morale e non alla persona, è chiaro che Franca Viola, 18 anni, residente a Alcamo, non possa desiderare altro che sposarsi dopo essere stata rapita e tenuta nascosta per otto giorni da un guappo del paese, tale Filippo Melodia.

Il giovane infatti, respinto dalla ragazza, ha una bella pensata: la rapisco, la violento e poi la sposo ( magari mi faccio aiutare da 12 amici caso mai dovesse ribellarsi). E anche se lei dovesse opporsi, il padre acconsentirà, ne va dell’onore di una famiglia.

Ma le cose non vanno proprio così, e forse una “questione privata”, per dirla con il titolo di un libro di Fenoglio uscito proprio quell’anno, diventa una questione pubblica che più pubblica non si può.

Il padre finge di acconsentire alle nozze e concorda, con i Carabinieri di Alcamo, una trappola: quando il Melodia scende in paese attorniato dai suoi ‘bravi’ e con la donna al seguito, scatta la trappola: ad attenderli c’è il padre con i Carabinieri. Filippo Melodia viene condannato a 11 anni di carcere ridotti poi a 10.

Nel 1968 Franca Viola sposerà, adesso si per scelta, il giovane Giuseppe Ruisi. Melodia invece, uscito dal carcere nel 1976, finirà assai male: il 13 aprile del 1978 si ‘scontra’ con una lupara e muore.

Nel 1970 anche il cinema onorò Franca Viola e il regista Damiano Damiani girò con Ornella Muti il film La sposa più bella.

Approfondimenti:

Intervista a Franca Viola

Biografia scaricabile

Libro sul caso Viola

Tesi di laurea su Franca e il costume negli anni Sessanta

Il delitto d’onore

Saturday 27 January 2007

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Vi ricordate di Divorzio all’italiana? Il bel film di Pietro Germi che nel 1961 raccontava le ben poco edificanti avventure di Fefè (Marcello Mastroianni) che innamorato di una giovanissima Stefania Sandrelli, induceva la moglie a tradirlo per poi ucciderla. Già allora il regista si scagliava contro una norma assurda del nostro diritto penale che attenuava la pena di delitti compiuti per vendicare l’onore tradito.

Eppure tanti sono stati i delitti d’onore nella nostra storia anche recente, come racconta il giornalista Attilio bolzoni:
«Come lo scultore Filippo Ciffariello, che aveva sposato la bellissima diciottenne Maria de Brown e la sorprese con l´amante alla pensione «Mascotte» di Posillipo. Sparò un solo colpo. Ebbe clemenza dalla corte, fu assolto per avere vendicato lo sfregio. Era il 1905. O come Luigi Millefiorini, che fece fuori la moglie Giovanna a Roma, in via Appia. La donna aveva una relazione con un certo Leone. In primo grado Leone giurò di non avere mai sfiorato con un dito Giovanna e Luigi fu condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione, in appello l´uomo confessò di essere l´amante e la condanna per Luigi scese a 7 mesi. Fu scarcerato con il solito battimani. Era il 1954. O come il maresciallo di polizia Alfonso La Gala, che colpì la moglie Anna con un tubo di ferro nella loro casa di Aversa. Lei aveva confessato di amare un altro. La condanna fu di 2 anni di reclusione e la non menzione sul certificato penale. Era il 1978».

L´articolo del codice era sempre quello, il numero 587 ereditato direttamente dal Codice Rocco che recitava: «Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell´atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d´ira determinato dall´offesa recata all´onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni». E non a caso, gemella e speculare al ‘delitto d’onore’ era la norma sul ‘matrimonio riparatore’ che prevedeva che il reato di violenza carnale venisse estinto se lo stupratore acconsentiva a sposare regolarmente la vittima, salvando così l’onore della famiglia.

Qualcuno cercò di abolirlo già nel 1968. Il primo fu il ministro della Giustizia Oronzo Reale, poi Giuliano Vassalli. Ma le loro proposte si arenarono in Parlamento, tutto sommato sull’abolizione dell’articolo non era poi così scontato trovare consensi unanimi.

Significativamente fu solo dopo il referendum sul divorzio prima e quello sull’aborto poi che le disposizioni sul delitto d’onore furono infine abrogate, con la legge n. 442 del 5 agosto del 1981. Ma fino a pochi mesi prima la legge è stata osservata al punto che l’ultimo delitto d’onore discusso in tribunale risale al marzo dello stesso anno…

Approfondimenti:

la storia del delitto d’onore nell’articolo di Attilio Bolzoni

L’Italia si scopre

Tuesday 23 January 2007

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Pare che le prime gambe viste in televisione siano quelle delle gemelle Kessler nella trasmissione Studio Uno, condotta da Mina, e andata in onda nell’autunno del 1961. Da allora di strada ne è stata fatta e di indumenti ne sono caduti tanti.

Se infatti il primo passo è stato quello di accorciare le gonne in Tv, di lì a pochi anni le minigonne spopolano: tutte le donne le indossano e più che un pezzo di vestiario diventano un simbolo.
Nel 1967 la rivista Men pubblica il primo servizio fotografico di donne a seno nudo. Malgrado ciò fa scalpore la Raffella Carrà che nel 1970, al varietà Canzonissima, balla il Tuca Tuca con l’ombelico scoperto.

Ma se da un lato le donne si spogliano, dall’altro vestono i nuovi abiti della contestazione e indossano eskimo e calze lunghe. Per una stagione breve il corpo esposto non è solo strategia di marketing ma rivoluzione culturale e sessuale: la nudità è rivolta politica, il recupero di una innocente naturalezza, non a favore ma contro la pornografia.

Gli anni ‘70 segnano comunque il trionfo del nudo. I fumetti iniziano ad ospitare strisce con corpi nudi e espliciti riferimenti sessuali e nel 1976 Guido Crepax disegna Histoire d’O. E si moltiplicano bikini, tanga, topless, fino alla comparsa, sul finire dei Settanta, delle prime colonie nudiste e spiagge separate.

A seguire, forse per merito del ritrovamento dei Bronzi di Riace in tutta la loro spettacolare nudità, gli anni ‘80 si aprono all’insegna dello scoprirsi. Fra riflusso politico e nascita delle tv private proliferano spettacoli nei quali gli abiti (delle donne si intende) sono sempre più castigati. E di questo passo si arriva a tempi più recenti con la trasmissione Drive in: Carmen Russo e Lory Del Santo spopolano con i loro bikini succinti e i seni abbondanti. Siamo nel 1983.

Vale comunque la massima del nudi sì ma di bell’aspetto: se infatti in Tv ci si scopre sempre di più, nella vita reale fioccano divieti e multe: la giunta della città di Venezia vieta di girare a petto nudo mentre Capri e la sua giunta invece proibiscono di passeggiare in costume da bagno.

E le proporzioni con gli anni cambiano completamente. Dalle veline al grande fratello, oggi non vi sono limiti alla nudità e la cultura dei calendari impazza anche fra le casalinghe di Voghera. Con delle piccole sacche di resistenza, come nel caso dello stabilimento balneare di Trieste, ‘Bagno marino alla lanterna’, dove ancora nel 2007, unico caso in Europa, uomini e donne sono separati da un muro. Con soddisfazione e assoluto consenso degli abitanti.