Archivio della Categoria 'Anni '70'
Scandali cantati # 2
Thursday 12 April 2007
Torniamo sugli scandali cantati per un post ad hoc sulla canzone che maggiormente ha segnato la storia della censura musicale in Italia: la scandalosissima e peccaminosa Je t’aime moi non plus, il celebre duetto amoroso tutto sospiri e frasi sussurrate di Serge Gainsbourg, noto musicista e provocatore francese e Jane Birkin, bellissima attrice inglese sbarcata in Francia dopo aver recitato in Blow Up di Antonioni e sua compagna.
La canzone, originariamente, doveva essere cantata da Brigitte Bardot, che però si tirò indietro all’ultimo spaventata dai rischi dello scandalo. La canzone, che oggi fa da sfondo sonoro a una mezza dozzina fra spot pubblicitari e sigle televisive, fu invece sì uno scandalo coi fiocchi, ma anche un enorme successo.
Uscita nel 1969, Je t’aime moi non plus non riuscì nemmeno ad arrivare sul tavolo della commissione. Venne direttamente bloccata dalla magistratura che diede corso a una denuncia per oscenità. Per i sospiri di Jane Birkin e Mr. Gainsbourg si intervenne addirittura sulle Hit Parade, cancellando dalla lista la canzoncina incriminata che altrimenti avrebbe mostrato di essere in testa a tutte le classifiche.
La canzone era tanto scandalosa che nessuna radio pensò mai di poterla trasmettere, tant’è che nemmeno buy generic viagra order generic cialis buy viagra order levitra buy cialis venne richiesto il visto per la sua trasmissione. Ma rimaneva il problema dei 45 giri in vendita e dei juke box che sulle spiagge di mezza Italia continuavano vorticosamente a ingerire monetine e a trasmetterla impunemente per la gioia dei bagnanti.
Si arrivò quindi alla richiesta di distruggere tutte le copie dei 45 giri sul suolo italiano col risultato di far diventare ancor più noti i sospiri della celeberrima coppia e di alimentare un mercato nero ad hoc del disco diventato ormai veramente proibito e quindi molto costoso.
Oggi sarebbe un’ottima operazione di marketing. Nel 1969 era uno scandalo e nella nostra memoria una pagina divertente degli anni che furono.
Scandali cantati # 1
Sunday 1 April 2007
Quelli fra i lettori che amano Baglioni sappiano che la più nota hit del loro beniamino, Piccolo grande amore, non doveva recitare “la paura e la voglia di essere soli” ma bensì “la paura e la voglia di essere nudi”.
Se stuoli di adolescenti cantano da anni un ritornello sbagliato, la colpa è della ‘commissione di ascolto’ della Rai che per anni si è occupata di impedire che arrivassero alle nostre orecchie frasi troppo scandalose.
La storia delle canzoni proibite è lunga tanto quella della radio e della televisione. Nell’Italia del monopolio radio e televisivo di mamma Rai, non erano infatti poche le canzoni che venivano bloccate o più spesso sapientemente modificate per non risultare provocatorie o offensive alle orecchie dell’italica cittadinanza.
Il criterio di selezione si basava su principi semplici e generali: non si parla di politica, di patria, religione, chiesa e cariche statali se non in termini più che rispettosi. Del sesso invece, meglio non parlarne proprio. Indipendentemente dal come se ne parla.
E l’effetto era immediato: a seconda del giudizio espresso dalla commissione ai dischi veniva applicata l’etichetta di ‘non idoneo’ o nei casi più gravi un radicale ‘da non trasmettere’. No, non è una metafora, erano concretissime etichette adesive messe sui dischi.
Così vengono censurati infiniti autori, fra cui il più emblematico è probabilmente Fabrizio De Andrè, che viene censurato praticamente in toto: dal Via del Campo a Carlo Martello, da La canzone di Marinella a La guerra di Piero, da Bocca di rosa a Il gorilla.
Ma sotto la scure della commissione cadono moltissimi altri autori fra cui perfino la divina Mina, rea di aver inserito un criptico riferimento ad una relazione sessuale senza coinvolgimento amoroso nel pezzo L’importante è finire, e addirittura il castissimo Domenico Modugno, che al contrario col coinvolgimento amoroso aveva esagerato dedicando alla moglie un pezzo dal peccaminosissimo titolo di Nuda.
Ma di lì a poco, e siamo ormai negli anni Settanta, la scena cambia. Si affacciano sulla scena le radio libere e con esse l’impossibilità per la RAI di controllare in toto le trasmissioni musicali del Bel Paese.
Ed è così che in pochi anni salgono agli onori delle hit pezzi legendari come Pensiero stupendo di Patty Pravo, con l’esplicito riferimento a un rapporto sessuale a tre e qualche anno dopo Kobra della Rettore, vero e proprio inno divertito al sesso.
Siamo ormai verso gli anni Ottanta, le frequenze sono libere e le parole anche. La RAI non può più censurare tutto, vorrebbe dire tagliarsi fuori dal mercato oltre che dai tempi. La selezione si allenta e anche le frequenze della Radio pubblica e perfino di San Remo diventano più libertarie.
Ed una cometa del panorama musicale come Viola Valentino può cantare senza censura - ma anche senza voce - una canzone come Comprami “se non sai andare lontano / dove non ti porta la mano / comprami, io sono in vendita / e non mi credere irraggiungibile”. E’ il 1979 e vende 500 mila copie.
Il processo per stupro
Friday 9 March 2007
Nel 1978 un’Italia ancora profondamente reazionaria e machista deve fare i conti con la sua componente progressista e femminista, figlia della rivoluzione sessuale ancora in atto, in un processo a porte aperte e sotto l’occhio delle telecamere e dell’opinione pubblica, un “processo per stupro”. È la prima volta che la televisione entra in un tribunale, sollevando così il velo del silenzio, della vergogna, dei pregiudizi che ha da sempre celato, in qualche modo giustificandola, l’affermazione di un principio di dominio dell’uomo attraverso il sesso.
Al banco degli imputati “quattro bravi ragazzi sposati e con prole”, accusati pubblicamente di aver violentato una ragazza romana in una villa nei pressi di Latina, l’anno precedente.
Lei, la vittima, si chiama Fiorella e di cognome fa “Tutte le donne”.
Si, perchè in quell’aula di tribunale non si chiede giustizia solo per Fiorella ma per tutte le donne che sono state violentate e che hanno patito in tribunale un prolungamento in forme mutate della violenza già subita.
Nel 1978 in Italia lo stupro era ancora reato contro la morale, e non contro la persona; la linea processuale consisteva nel far apparire la donna come complice consenziente, preda conquistata e felice, se non femmina adescatrice e quindi, pregiudizialmente, una prostituta.
Ma Tina Lagostena Bassi, avvocato di Fiorella, vuole innanzitutto un rovesciamento dei valori, un cambiamento radicale: non la vittima sul banco degli imputati, la sua vita, le sue abitudini, la sua storia sessuale; non più novelle Artemisia torturate e umiliate da una giustizia che tutela i suoi figli ma non le sue figlie.
Attraverso la difesa di una donna, Tina Lagostena Bassi vuole combattere un modo di pensare e di parlare che dentro e fuori dai tribunali contrabbanda la violenza come fenomeno naturale, comune, normale. La sessualità maschile violenta, la sua supremazia, è un fatto di cultura, non di natura, e come tale va scardinato.
La condanna agli imputati sarà lieve, poco più di un anno, scarceramento immediato grazie alla libertà provvisoria e una multa di 2 milioni di lire, la stessa cifra che le due donne avevano rifiutato come risarcimento prima del processo, in nome della giustizia. Alla lettura della sentenza le madri mogli sorelle degli imputati saltano di gioia per l’esiguità della pena. Ma una condanna c’è stata, la violenza è stata commessa e pubblicamente riconosciuta.
Da gola profonda all’hard core di largo consumo
Thursday 15 February 2007
Da Gola profonda all’hard core di largo consumo il passo è stato breve: come dire dalla pellicola al video, dal porno per pochi al porno per tutti.
Con indubbie caratteristiche geopolitiche. Se infatti nel 1972, quando il film culto esce negli USA, il meglio arrivava ancora prevalentemente dagli Stati Uniti, con gli anni le cose cambieranno radicalmente e i progressivi passi della globalizzazione segneranno in modo indelebile il volto del porno.
Ma partiamo dall’inizio, ovvero dalla storia di Linda e Damiano. E da quel popolo dei raincoat crowd (ovvero gli abituali frequentatori dei cinema a luci rosse) che nel 1972 cambiano per sempre il modo di intendere la pornografia e danno corpo alla rivoluzione sessuale nel suo aspetto di rappresentazione estrema.
Gerard Damiano, il produttore, gira il film con Linda Traynor, in arte Linda Lovelace. In Italia uscirà nel 1977 con il titolo de La vera gola profonda: la storia di una giovane donna in cerca di un orgasmo mai provato e che raggiungerà con la tecnica della deep throat. Il successo di pubblico è immediato ovunque, il porno diventa per tutti, uomini e donne. Ovviamente la reazione della censura è immediata e il film viene coinvolto in numerosi processi da cui però esce indenne, rimanendo in programmazione nella sola città di New York fino al 1980.
Dopo Gola profonda il cammino della pornografia di massa ha visto nascere miti come Cicciolina, Jessica Rizzo, Moana Pozzi (incontrastata numero uno italica) e Eva Henger tra le donne. Tra gli uomini, Jhon Holmes, Robert Malone, Rocco Siffredi e recentemente Franco Trentalance.
Le star a luci rosse sono diventate protagoniste del mondo dello spettacolo come altre. Forse per questo Moana arriva a dire: “Faccio in pubblico quello che molte altre fanno sui divani dei produttori”. Lei morirà nel 1994 proprio mentre ad Assago apre la prima edizione di Mi-sex e il pubblico è talmente vasto che si creano ingorghi sulle autostrade”.
I film diventano più accurati, ricchi di trama e si sfiora l’impegno politico. Ursula Cavalcanti gira una pellicola con partigiani e fascisti e scoppia quasi uno scandalo che anima le discussioni perfino sui giornali di partito. Si arriva alle grandi interpreti dell’Est e lanciate dalla scuderia di Schicchi e, dopo Cicciolina (che dalle scale dei set porno arriva agli scranni di Montecitorio), sboccia il periodo di Eva Henger che dopo aver insidiato perfino la fama delle attrici americane, si ricicla in conduttrice di Paperissima Sprint.
Finito un mito, comunque, se ne creano altri e la storia continua.
Con le luci rosse sempre ben accese.
dalle pin up a playboy
Tuesday 13 February 2007
Con il cinema e il varietà, e soprattutto con la grande stagione dei musical, le pin up degli anni 40 avevano mostrato le gambe e gli ombelichi. Ma la vera svolta arrivò con i primi anni Cinquanta: nel 1953 infatti, mentre in Italia i comunisti chiamavano i democristiani forchettoni e la Lollobrigida spopolava con Pane amore e fantasia, negli Stati Uniti nacque la rivista Playboy.
Per la prima volta una rivista patinata si consacrava interamente e unicamente alla fotografia erotica. Con Playboy, fondata da Hugh Hefner, nasce l’industria del soft porno, cioè del vedere ma anche del nascondere un po’, con le famosissime grandi pagine centrali dedicate alle conigliette di turno.
Il primo numero ospitava per 50 centesimi la giovane e sconosciuta Marilyn Monroe, e da allora tutte le dive americane hanno aspirato a un posto d’onore su quelle pagine.
Con la nascita di Playboy cambia completamente il senso del porno: venduto in edicola, fra le altre riviste, viene in qualche modo sdoganato e entra in case con mogli in sottana e frigoriferi nuovi di zecca. Playboy fa anch’esso parte del boom.
Negli anni successivi la pornografia si diffonde sempre di più anche in Europa, si specializza e con essa si sviluppa il mercato ‘per soli adulti’, con relative pubblicazioni e vere e proprie fiere.
Fino ad arrivare ad un’altra data chiave: l’uscita nel 1972 (ma in Italia solo nel 1977) di Gola profonda, vera e propria pietra miliare nella storia del porno ed oggetto del prossimo post.
La parola alle donne: il femminismo
Sunday 4 February 2007
E’ uno dei tanti slogan inventati dalle donne che fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta hanno partecipato alla stagione di impegno politico e autocoscienza denominata ‘femminismo’.
In realtà il movimento femminista trae le sue origini dalle lotte per il lavoro e per il voto in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi decenni dell’800. L’Ottocento non era certo stato il secolo delle donne, le leggi degli stati liberali - anzi - non le riconoscevano affatto come soggetti liberi. Considerate incapaci di agire secondo ragione, le donne erano subordinate alla autorità del padre prima e del marito poi.
Le prime donne a conquistare i diritti politici furono le australiane nel 1903, a seguire le finlandesi, nel 1906. In Inghilterra le donne ottennero il diritto di voto negli anni venti del ‘900. In Francia Italia e Belgio le donne ottennero il diritto di voto dopo la seconda guerra mondiale: una questione di “decenza”, commentò Angela Guidi la prima donna eletta a prendere voce nel parlamento repubblicano.
Molto più complicato e pieno di ostacoli il cammino per il riconoscimento dei diritti civili, ovvero la possibilità di gestire la propria vita, il proprio patrimonio senza autorizzazione del marito.
Proprio sui diritti civili è risorto fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta il movimento femminista italiano (e non solo). I movimenti femministi degli anni ‘70 si dedicarono quindi alla presa di coscienza dello stato di oppressione in cui versavano le donne e quindi alla propria liberazione da questo. La consapevolezza che la differenziazione dei ruoli sessuali considerata ‘naturale’ privilegiava solo il ruolo maschile andava di pari passo alla critica dell’ideologia ‘oppressiva’ e ‘patriarcale’, dovuta ad un sistema educativo retrogrado e condizionante.
Il movimento rimase sempre in buona parte estraneo alla politica e alle ideologie tradizionali (considerate entrambe prodotti di una cultura solo maschile) e si distinse nell’attenzione che conferiva alle singole esperienze di vita, utilizzate come base per analizzare la situazione comune a tutte le donne.
L’esplosione della partecipazione delle donne e della cultura femminista ha portato, soprattutto a partire dagli anni Sessanta e Settanta, a numerose pubblicazioni teoriche e ad un’infinita serie di testimonianze, con una produzione e una ricchezza di interpretazioni che non è davvero possibile riassumere in un solo post.
Per rimanere nello specifico italiano, negli anni Settanta entra in scena un femminismo più ‘radicale’, ovvero un femminismo che non si limitava a discutere solo i temi propri della tradizione riformista (il diritto al voto, l’eguaglianza, ecc.) ma che sviluppava una critica più generale a tutta la società, abbracciando anche forme di azione politica diverse e innovative.
Erano gli anni dei collettivi, dell’autocoscienza, delle riviste delle donne, delle bambine cresciute leggendo non più “piccole donne” ma “dalla parte delle bambine”. Gli anni in cui le donne hanno cominciato a sposarsi a volte, ma a volte anche no, a convivere, a cambiare partner senza sentirsi delle poco di buono, a viaggiare da sole e ad uscire la sera anche senza accompagnatore, a essere indipendenti economicamente e psicologicamente.
Negli anni successivi - dopo la fine della stagione dei movimenti dei decenni precedenti e dopo la conquista di diritti impensabili solo pochi anni prima - l’espressione ‘femminista’ ha perso molto del suo significato originario: molti diritti erano ormai acquisiti e con essi una nuova consapevolezza e un nuovo ruolo sociale per tutte le donne, tanto che la parola ‘femminista’ è rimasta spesso legata solo allo specifico settore degli studi teorici sul tema.
A partire dagli anni Novanta lo scenario muta, si parla di ‘questioni di genere’ e di ‘pari opportunità’ e fioriscono studi e percorsi di approfondimento (i gender studies) e le azioni istituzionali per garantire una maggiore partecipazione delle donne alla sfera politica.
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza quella stagione. L’aborto, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la radicale trasformazione degli usi e costumi sociali e il nuovo protagonismo delle donne… tutto questo si deve anche e soprattutto al movimento femminista di quegli anni.
Approfondimenti:
la storia del femminismo su wikipedia
correnti principali della teoria femminista
Franca Rame o lo “stupro politico”
Friday 2 February 2007
“Io non posso fare nemmeno un movimento. E’ perché sono come congelata. E perché ora quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena. S’è messo più comodo. Mi tiene tra le sue gambe, dal di ditero, come si faceva anni fa quando si toglievano le tonsille ai bambini.”
Franca Rame, attrice, comica, intellettuale, donna, viene sequestrata e stuprata la notte del 9 marzo 1973 da un branco di uomini, legati ad ambienti di destra e al traffico d’armi.
Durante lo stupro viene insultata e seviziata. I responsabili erano giovani legati alla destra neofascista dell’epoca: Angelo Angeli, Biagio Pitarresi, “un certo Muller” e “un certo Patrizio”.
Solo dopo la conclusione del processo del 1998 si saprà che lo stupro era stato ‘ispirato’ da alcuni alti ufficiali della divisione di Carabinieri Pastrengo.
Essendo passati 25 anni dai fatti, il reato era caduto in prescrizione e quindi i responsabili non erano perseguibili. Scalfaro, allora presidente della Repubblica, presentò pubbliche scuse alla Rame, violentata da una parte dello Stato.
Il suo è un caso di stupro politico, oltre alla donna si colpisce l’impegno, il suo essere fuori dagli schemi, il lavoro, la creatività e l’attivismo portate avanti con il marito, Dario Fo. Si colpisce la donna, l’indipendenza, l’autonomia, il femminismo ai suoi albori, e la volontà delle donne di camminare di notte senza avere paura.
Cosa altro dire….
Approfondimenti:
Il delitto d’onore
Saturday 27 January 2007
Vi ricordate di Divorzio all’italiana? Il bel film di Pietro Germi che nel 1961 raccontava le ben poco edificanti avventure di Fefè (Marcello Mastroianni) che innamorato di una giovanissima Stefania Sandrelli, induceva la moglie a tradirlo per poi ucciderla. Già allora il regista si scagliava contro una norma assurda del nostro diritto penale che attenuava la pena di delitti compiuti per vendicare l’onore tradito.
Eppure tanti sono stati i delitti d’onore nella nostra storia anche recente, come racconta il giornalista Attilio bolzoni:
«Come lo scultore Filippo Ciffariello, che aveva sposato la bellissima diciottenne Maria de Brown e la sorprese con l´amante alla pensione «Mascotte» di Posillipo. Sparò un solo colpo. Ebbe clemenza dalla corte, fu assolto per avere vendicato lo sfregio. Era il 1905. O come Luigi Millefiorini, che fece fuori la moglie Giovanna a Roma, in via Appia. La donna aveva una relazione con un certo Leone. In primo grado Leone giurò di non avere mai sfiorato con un dito Giovanna e Luigi fu condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione, in appello l´uomo confessò di essere l´amante e la condanna per Luigi scese a 7 mesi. Fu scarcerato con il solito battimani. Era il 1954. O come il maresciallo di polizia Alfonso La Gala, che colpì la moglie Anna con un tubo di ferro nella loro casa di Aversa. Lei aveva confessato di amare un altro. La condanna fu di 2 anni di reclusione e la non menzione sul certificato penale. Era il 1978».
L´articolo del codice era sempre quello, il numero 587 ereditato direttamente dal Codice Rocco che recitava: «Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell´atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d´ira determinato dall´offesa recata all´onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni». E non a caso, gemella e speculare al ‘delitto d’onore’ era la norma sul ‘matrimonio riparatore’ che prevedeva che il reato di violenza carnale venisse estinto se lo stupratore acconsentiva a sposare regolarmente la vittima, salvando così l’onore della famiglia.
Qualcuno cercò di abolirlo già nel 1968. Il primo fu il ministro della Giustizia Oronzo Reale, poi Giuliano Vassalli. Ma le loro proposte si arenarono in Parlamento, tutto sommato sull’abolizione dell’articolo non era poi così scontato trovare consensi unanimi.
Significativamente fu solo dopo il referendum sul divorzio prima e quello sull’aborto poi che le disposizioni sul delitto d’onore furono infine abrogate, con la legge n. 442 del 5 agosto del 1981. Ma fino a pochi mesi prima la legge è stata osservata al punto che l’ultimo delitto d’onore discusso in tribunale risale al marzo dello stesso anno…
Approfondimenti:
la storia del delitto d’onore nell’articolo di Attilio Bolzoni
per tutti, per tutti con riserva, sconsigliati: la censura
Saturday 20 January 2007
Per la censura non c’è una data di nascita, soprattutto quando si parla di letteratura, ma se nei secoli la censura è stata per lo più uno strumento dei sovrani per decidere cosa pubblicare da un punto di vista squisitamente politico, il ‘900 e la società di massa pongono il problema della censura come un problema legato alla morale. In questo senso potremmo decidere che il primo mattone su cui viene costruito l’edificio del controllo pubblico della cultura di massa è il temibile codice di condotta del reverendo Hays che negli anni Trenta fornisce a Hollywood un vero e proprio breviario di condotta.
Anche in Italia è il cinema a rilanciare il dibattito sulla censura: nel 1941 il Centro cattolico cinematografico pubblica le proprie norme di condotta e per scarso rispetto del pudore vengono proibite, o tagliuzzate malamente, decine di pellicole fra cui, tanto per fare un esempio: ‘Il diavolo in corpo’ di Claude Autant-Lara, ‘Sorrisi di una notte d’estate’ di Ingmar Bergman.
I film possono essere considerati “per tutti”, “per tutti con riserva”, “per adulti”, “per adulti con riserva”, “sconsigliati”, “esclusi”. Vengono giudicati pericolosi e quindi proibiti i film che parlano di divorzio, duello, suicidio, maternità illegittima. Ma anche quelli che deridono in qualsiasi modo la chiesa, o parlano di sesso e seduzione, anche solo indirettamente. I giovani devono astenersi da questi spettacoli, per loro del resto anche gialli e polizieschi sono fonte di pericolo e dunque obbiettivo della censura.
Il cinema quindi, per lo più proiettato nelle parrocchie, subisce numerosi interventi esterni che spesso rendono le pellicole incomprensibili. Del resto le contraddizioni della censura appaiono rasentare il ridicolo quando si abbattono sul film ‘Fabiola’, tratto dal romanzo del cardinal Nicholas Patrick, che per essere ambientato fra i primi martiri cristiani non può non prevedere scollature e spalle semiscoperte.
Il mondo del cinema comunque non rimane a guardare, e da subito interviene attivamente nel dibattito: nel 1947, anno in cui Giulio Andreotti si insedia all’Ufficio centrale per la cinematografia, viene negato il nulla osta alla circolazione del film di Germi ‘Gioventù perduta’. Trentacinque registi, da Blasetti a Visconti, scrivono una lettera sdegnata lamentando la minaccia quotidiana che il cinema subisce. E se negli anni mutano nel tempo sensibilità e categorie dell’illecito, i tagli e le messe al bando continuano. Da Pasolini, probabilmente il più censurato in assoluto, a Monicelli e mille altri fino ad arrivare a Bertolucci che ‘Ultimo tango a Parigi’ si trova nel 1976 di fronte alla condanna al rogo della pellicola e alla privazione dei diritti politici per cinque anni per il regista.
Ma la censura si abbatte anche sul teatro, dove nel 1961 viene bloccata la rappresentazione di ‘Arialda’ di Giovanni Testori, e sulle altre forme di comunicazione. E a proposito dei pubblicitari si legge nel libro di G. Cavallotti, ‘Gli anni cinquanta’ (1979), «Mostrare l’attaccatura del seno era lecito sui giornali femminili (tra donne si può), ma diventava pericoloso nei manifesti murali che si “imponevano allo sguardo dei bambini innocenti”. Conveniva quindi seguire l’esempio dei rotocalchi, che ritoccavano le foto delle attrici coprendo le scollature con pizzi e merletti. Altrimenti c’era il rischio di andare incontro a risultati promozionali negativi, e perfino di aver noie con la magistratura. Le condanne per oltraggio al pudore fioccavano».
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