Archivio della Categoria 'Società e legislatura'

il matrimonio che non c’è: la sacra rota e i casi celebri di annullamento

Sunday 18 March 2007

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Il vestito bianco, i fiori, la chiesa.  Gli elementi cardine del matrimonio, il ‘vero’ matrimonio, come vuole la tradizione. Ma a volte c’è un problema, l’amato o l’amata è già sposato.

E non basta un divorzio, perché significherebbe rinunciare ad un secondo matrimonio canonico, sacrificare gli addobbi a fianco all’altare, la cerimonia e la tradizione. Ci vuole altro, è necessario annullare il matrimonio precendentemente contratto.

Dato che il matrimonio religioso è un impegno che non ammette ripensamenti, interviene allora l’annullamento: non si è recisso un legame, si è dichiarato nullo il legame, si tratta quindi di cosa diversa. Come se il matrimonio non fosse esistito, un incidente cancellato.

L’istituto della Sacra Rota nasce con lo scopo di dare la possibilità annullare un matrimonio a chi per sventura si dovesse essere sposato in condizioni tali da non permettere la libera scelta o la realizzazione del matrimonio stesso. Se si è sterili e quindi non in grado di rispondere al legittimo desiderio di metter su famiglia ad esempio, o nel caso di matrimonio non liberamente scelto ma imposto da terzi.

Le statistiche parlano però di un fenomeno che difficilmente si riesce a far rientrare veramente in questa casistica. Nei tribunali ecclesiastici si registra infatti una media non così marginale come si potrebbe pensare: una causa di nullità circa ogni 60 matrimoni canonici. E c’entrano spesso anche questioni banalmente economiche: l’annullamento rende decisamente più liberi da impegni gravosi come alimenti e via discorrendo.

Nell’83% dei casi la richiesta di nullità è presentata sulla base di un ‘vizio di consenso’, sostanzialmente quindi per una presunta immaturità degli sposi nel dichiararsi tali di fronte alla chiesa. Un dato che farebbe pensare ad altre epoche, quando i matrimoni venivano decisi per rafforzare casati e per equilibri diplomatici.

E invece succede oggi, e succede spesso. Succede, per esempio, con Billy CostacurtaPierferdinando Casini,  Silvio Berlusconi, Irene Pivetti e con un’infinità di personaggi noti, per non parlare delle varie star e starlette americane, vere specialiste nel settore.

Come in tutte le storie, anche in questa c’è il tormentone divertente: le richieste di nullità per impotenza sono un’assoluta minoranza. Ma quasi tutte concentrate in Italia.

le case chiuse e la legge merlin

Sunday 18 February 2007

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Le prostitute sono diventate oggi parte integrante del tessuto urbano, costellano le periferie, popolano strade inanimate, appaiono come fantasmi in luoghi dove non ci si aspetterebbe mai una presenza umana. Sono lì, ai margini di grandi arterie stradali o sotto a un cavalcavia, a ricordare l’incapacità della nostra società di fare i conti con il mercato del sesso a pagamento.

Ma un tempo l’iconografia della prostituta era diversa, non sulla strada ma nelle stanze di appartamenti più o meno lussuosi o al contrario più o meno stamberghe. Erano però chiuse, le persiane accostate, i vetri oscurati, per motivi di tutela del comune senso del pudore e soprattutto per la privacy di chi le frequentava. E a specificare l’obbligo della chiusura, esisteva una precisa legge sin dal 1888 che obbligava le case a tenere serrate le persiane con tanto di catene.

Erano nate in Francia così sembra, e lì si chiamavano maisons de tolérance. Cavour le portò in Italia insieme all’unificazione del paese: l’accentramento amministrativo di fine ‘800 riguardò anche le prostitute, schedate e controllate settimanalmente da un medico. In cambio lo Stato beneficiava di tasse e balzelli su un lavoro certo non granché tutelato: le otto ore lavorative erano ben lontane e più si lavorava più si guadagnava.

La struttura delle case chiuse era più o meno omogenea, sia che si trattasse di case di lusso frequentate dalla buona borghesia che si trattasse invece di quelle di categoria inferiore, affollate per lo più da soldati, contadini e gente di passaggio. All’ingresso si trovava il salone e il bar, dove ammirare e scegliere le ragazze. Ai piani superiori, di norma, le camere da letto dove consumare il proprio momento di passione. Lo standard della ‘professione’ all’epoca era da stakanovisti: dalle 30 alle 50 marchette al giorno e per non più di 15 giorni, poi la ragazza veniva cambiata come uno strofinaccio.

L’iniziazione degli uomini prevedeva un passaggio in una di queste case intorno ai 18 anni. Era una tradizione assolutamente diffusa e comune e tale è rimasta anche in tempi molto molto recenti.

Già dal 1948 in Italia fu vietata la concessione di nuove licenze, ma il provvedimento di chiusura, la notissima legge Merlin, fu approvato solamente nel 1958, a dieci anni dalla sua presentazione e dopo aver superato diverse resistenze. La legge Merlin fu approvata a scrutinio segreto con 385 si e 115 no il 29 gennaio del 1958. A favore della chiusura si schierarono tutti i partiti di sinistra e la democrazie cristiana. Contrari al provvedimento invece si dichiararono i monarchici, l’MSI e qualche indipendente. Fra i personaggi famosi contrari alla legge, il più noto è sicuramente Indro Montanelli che al mondo delle case chiuse dediò un appassionato pamphlet “Addio Wanda”.

Oggi il dibattito sulla prostituzione continua ad infiammarsi con ciclica regolarità, diviso fra le polemiche per i rischi di una prostituzione costretta nella strada e le richieste di modifiche e diritti portate avanti dalle associazioni delle prostitute.

Approfondimenti:

storia delle case chiuse

bibliografia su prostituzione e case chiuse

il testo della legge Merlin

Il gioco Puttanopoly ideato dalle associazioni delle prostitute

Lo scandalo dell’omosessualità: il caso di Aldo Braibanti

Sunday 11 February 2007

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Il 1967, anno di passioni, ultimo tassello di quei favolosi anni Sessanta destinati a schiantarsi in velocità con il Sessantotto e la contestazione, operaia e studentesca.

L’Italia non balla solo il twist, e mentre si prepara alla rivoluzione, un altro caso di cronaca scuote l’opinione pubblica (che diciamoci la verità sta lì apposta per farsi “scuotere”): Aldo Braibanti, artista e intellettuale, viene accusato di plagio, e unico nella storia d’Italia, condannato per tale reato, per aver intrattenuto una relazione omosessuale con due giovani uomini.

E’ il padre di uno dei due ad accusarlo e portarlo in tribunale.

Il procedimento penale nasce da una denuncia presentata nel 1964 da Ippolito Sanfratello, il padre di Giovanni. Il 1° novembre 1964 l’uomo, assieme al figlio maggiore e altri due uomini, irrompono nella pensione dove Giovanni abita con Braibanti, lo caricano con la forza in auto e lo portano a Modena in una clinica privata per malattie nervose.

In seguito il ragazzo viene trasferito al manicomio di Verona, dove gli infliggono una serie di elettroshock. A 25 anni, dopo quindici mesi di internamento, Giovanni viene dimesso con una serie di clausole che andavano dal domicilio obbligatorio in casa dei genitori al divieto di leggere libri che non avessero almeno cent’anni!

Al processo il “plagiato” spiega tranquillamente di “non essere stato soggiogato da Braibanti”, mentre Piercarlo Toscani fornisce una versione del tutta diversa: “con forte potere suggestivo, appoggiato alla sua cultura di grado assai più elevato del mio, ha tentato di introdursi nella mia mente con le sue idee politiche… prese gradatamente a staccarmi da ogni svago, cominciò ad impedirmi le letture a me usuali dicendo che non servivano”.

Il dr. Antonino Lojacomo durante la requisitoria del ‘68 afferma: “parlare di Braibanti è parlare di degenerazione, di ossessione, di miseria morale, di giovinezze macchiate e sciupate. Due ragazzi sono stati ridotti in totale stato di soggezione da un uomo che ha voluto plasmare le loro menti quasi distruggendole per sete di possesso e dominio, prima ancora che per perversione sessuale. Gli ha addirittura sottratti alla famiglia, agli amici, agli studi, li ha isolati e assorbiti con pazienza… Braibanti ha invaso il mondo intimo dei due ragazzi, immettendo in essi ciò che voleva venisse immesso. Chiedo una pena esemplare, affinché nessun professoruncolo domani possa venire a togliere la libertà a un innocente…”.»

Braibanti viene accusato e condannato a 8 anni che poi diventano quattro in quanto ex partigiano. Il suo caso rappresenta l’attacco più eclatante e diretto all’omosessualità in quanto tale: dopo Braibanti nessuno verrà più condannato per plagio.

Approfondimenti:

Intervista ad Aldo Braibanti

Articolo su Braibanti della LUO 

Intervista al ricercatore Gabriele Ferluga 

Il Codice Rocco

Sunday 11 February 2007

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Anche in questo blog, come spesso accade quando si scrive di società e legislazione,  abbiamo citato il Codice Rocco. Ma cos’è il Codice Rocco e come nasce?

Il codice, che deve il suo nome dal giurista Alfredo Rocco, entrò in vigore in pieno regime fascista ed è tuttora vigente, naturalmente dopo aver subito molteplici riforme e modifiche. Le riforme intervenute sino ad oggi, parziali, ma incisive, ne hanno mitigato le componenti più spiccatamente autoritarie; un’opera di potatura e di innesto che ne ha garantito la sopravvivenza, ma che non ha potuto certo rendere le specificità di questo codice meno stridenti rispetto all’attuale ordinamento costituzionale e agli odierni orientamenti di politica criminale.
Per quanto riguarda la storia del costume e della parità fra i sessi per anni si è discusso dell’opportunità di mantenere i delitti contro la moralità pubblica e il buon costume (Titolo IX del Libro II), dove erano contenute le norme più soggette a dibattito e discussioni.

Vediamo per esempio l’art. 587 (in vigore dal 1930 e abrogato con la legge n.442 del 5.8.1981) che riguardava il già citato caso del ‘delitto d’onore’: “chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Si noti che la legge, parlando di scoperta della “illegittima relazione carnale” non esigeva la scoperta in flagranza dei due “amanti illegittimi”, come gli articoli del precedente codice Zanardelli, ma bastava la “scoperta” della relazione e quindi anche la notizia nell’ampio significato latino della parola.

In queste ipotesi però il Codice Rocco non fa che accogliere, talvolta esasperandoli, atteggiamenti culturali presenti nella società italiana dell’epoca. E’ invece nei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe che il discorso si fa più marcatamente ideologico, finendo col fare della gestazione un affare di Stato. Come sottolineato nella Relazione al Re dallo stesso Rocco:

“(…) non si vuole negare che accanto all’offesa all’interesse demografico dello Stato e della Nazione, altri interessi vengono offesi dalle pratiche così dette abortive….Ma è certo che ad ogni altra deve considerarsi prevalente l’offesa all’interesse della Nazione di assicurare la continuità della stirpe.”

E per ribadire il concetto, nel 1942 si approva il nuovo codice civile fascista, codice che definisce la famiglia “unità sociale e politica”, di pari passo quindi a quel ‘molti, sani e forti’ con il quale il regime incentivava la natalità dell’italico popolo.

La parola alle donne: il femminismo

Sunday 4 February 2007

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“La gioia non ci spaventa donne si nasce, streghe si diventa”

E’ uno dei tanti slogan inventati dalle donne che fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta hanno partecipato alla stagione di impegno politico e autocoscienza denominata ‘femminismo’.

In realtà il movimento femminista trae le sue origini dalle lotte per il lavoro e per il voto in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi decenni dell’800. L’Ottocento non era certo stato il secolo delle donne, le leggi degli stati liberali - anzi - non le riconoscevano affatto come soggetti liberi. Considerate incapaci di agire secondo ragione, le donne erano subordinate alla autorità del padre prima e del marito poi.

Le prime donne a conquistare i diritti politici furono le australiane nel 1903, a seguire le finlandesi, nel 1906. In Inghilterra le donne ottennero il diritto di voto negli anni venti del ‘900. In Francia Italia e Belgio le donne ottennero il diritto di voto dopo la seconda guerra mondiale: una questione di “decenza”, commentò Angela Guidi la prima donna eletta a prendere voce nel parlamento repubblicano.

Molto più complicato e pieno di ostacoli il cammino per il riconoscimento dei diritti civili, ovvero la possibilità di gestire la propria vita, il proprio patrimonio senza autorizzazione del marito.

Proprio sui diritti civili è risorto fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta il movimento femminista italiano (e non solo). I movimenti femministi degli anni ‘70 si dedicarono quindi alla presa di coscienza dello stato di oppressione in cui versavano le donne e quindi alla propria liberazione da questo. La consapevolezza che la differenziazione dei ruoli sessuali considerata ‘naturale’ privilegiava solo il ruolo maschile andava di pari passo alla critica dell’ideologia ‘oppressiva’ e ‘patriarcale’, dovuta ad un sistema educativo retrogrado e condizionante.

Il movimento rimase sempre in buona parte estraneo alla politica e alle ideologie tradizionali (considerate entrambe prodotti di una cultura solo maschile) e si distinse nell’attenzione che conferiva alle singole esperienze di vita, utilizzate come base per analizzare la situazione comune a tutte le donne.

L’esplosione della partecipazione delle donne e della cultura femminista ha portato, soprattutto a partire dagli anni Sessanta e Settanta, a numerose pubblicazioni teoriche e ad un’infinita serie di testimonianze, con una produzione e una ricchezza di interpretazioni che non è davvero possibile riassumere in un solo post.

Per rimanere nello specifico italiano, negli anni Settanta entra in scena un femminismo più ‘radicale’, ovvero un femminismo che non si limitava a discutere solo i temi propri della tradizione riformista (il diritto al voto, l’eguaglianza, ecc.) ma che sviluppava una critica più generale a tutta la società, abbracciando anche forme di azione politica diverse e innovative.

Erano gli anni dei collettivi, dell’autocoscienza, delle riviste delle donne, delle bambine cresciute leggendo non più “piccole donne” ma “dalla parte delle bambine”. Gli anni in cui le donne hanno cominciato a sposarsi a volte, ma a volte anche no, a convivere, a cambiare partner senza sentirsi delle poco di buono, a viaggiare da sole e ad uscire la sera anche senza accompagnatore, a essere indipendenti economicamente e psicologicamente.

Negli anni successivi - dopo la fine della stagione dei movimenti dei decenni precedenti e dopo la conquista di diritti impensabili solo pochi anni prima - l’espressione ‘femminista’ ha perso molto del suo significato originario: molti diritti erano ormai acquisiti e con essi una nuova consapevolezza e un nuovo ruolo sociale per tutte le donne, tanto che la parola ‘femminista’ è rimasta spesso legata solo allo specifico settore degli studi teorici sul tema.

A partire dagli anni Novanta lo scenario muta, si parla di ‘questioni di genere’ e di ‘pari opportunità’ e fioriscono studi e percorsi di approfondimento (i gender studies) e le azioni istituzionali per garantire una maggiore partecipazione delle donne alla sfera politica.

Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza quella stagione. L’aborto, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la radicale trasformazione degli usi e costumi sociali e il nuovo protagonismo delle donne… tutto questo si deve anche e soprattutto al movimento femminista di quegli anni.

Approfondimenti:

la storia del femminismo su wikipedia

correnti principali della teoria femminista

link e approfondimenti sul tema

curiosità: in svizzera voto alle donne solo nel 1971

Il dibattito costituzionale: la famiglia e la morale

Sunday 21 January 2007

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Famiglia, morale, comune senso del pudore: fra i principi fondamentali della Costituzione non appare alcun richiamo a questi temi, anche se l’articolo due rimanda alla tutela di quelle “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Eppure la famiglia e tutte le tematiche che ad essa si riferiscono è uno dei punti caldi del dibattito costituzionale soprattutto in relazione alla collocazione della donna nella società italiana. E morale, senso del pudore ne sono gli inevitabili corollari, in uno stato ancora fortemente legato a modelli di convivenza contadini e patriarcali.

L’articolo 3 della carta costituzionale recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Ma se questo è il dettato del testo costituzionale, nella realtà dei codici fino alle modifiche degli anni Sessanta e Settanta esistono arretratezze (ad esempio la discriminazione dei figli illegittimi) e pesanti distinzioni fra uomo e donna come nei casi dell’adulterio femminile e della patria potestà.

I costituenti si trovarono di fronte alla necessità di trovare un compromesso fra le diverse posizioni su questi temi con il risultato di produrre definizioni generiche e poco vincolanti che produssero di fatto uno spostamento del dibattito vero e proprio negli anni successivi, quando si arriverà a discutere delle riforme di tutte quelle norme che regolamentavano questi argomenti nel diritto vigente.

L’esempio più efficace è probabilmente quello del matrimonio, oggetto di lunghe discussioni all’interno del dibattito costituzionale.

Quando si arriva a discutere se la indissolubilità del matrimonio sia o no da introdurre nella norma costituzionale, le costituenti si dividono e mentre le cattoliche sono per aggiungere al matrimonio l’aggettivo “indissolubile”, le laiche si contrappongono fortemente a questa aggiunta al testo costituzionale. L’aggettivo non viene apposto ma il matrimonio di fatto resterà indissolubile fino alla emanazione della legge sul divorzio nel 1970 (legge Baslini Fortuna).

per tutti, per tutti con riserva, sconsigliati: la censura

Saturday 20 January 2007

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Per la censura non c’è una data di nascita, soprattutto quando si parla di letteratura, ma se nei secoli la censura è stata per lo più uno strumento dei sovrani per decidere cosa pubblicare da un punto di vista squisitamente politico, il ‘900 e la società di massa pongono il problema della censura come un problema legato alla morale. In questo senso potremmo decidere che il primo mattone su cui viene costruito l’edificio del controllo pubblico della cultura di massa è il temibile codice di condotta del reverendo Hays che negli anni Trenta fornisce a Hollywood un vero e proprio breviario di condotta.

Anche in Italia è il cinema a rilanciare il dibattito sulla censura: nel 1941 il Centro cattolico cinematografico pubblica le proprie norme di condotta e per scarso rispetto del pudore vengono proibite, o tagliuzzate malamente, decine di pellicole fra cui, tanto per fare un esempio: ‘Il diavolo in corpo’ di Claude Autant-Lara,Sorrisi di una notte d’estate’ di Ingmar Bergman.

I film possono essere considerati “per tutti”, “per tutti con riserva”, “per adulti”, “per adulti con riserva”, “sconsigliati”, “esclusi”. Vengono giudicati pericolosi e quindi proibiti i film che parlano di divorzio, duello, suicidio, maternità illegittima. Ma anche quelli che deridono in qualsiasi modo la chiesa, o parlano di sesso e seduzione, anche solo indirettamente. I giovani devono astenersi da questi spettacoli, per loro del resto anche gialli e polizieschi sono fonte di pericolo e dunque obbiettivo della censura.

Il cinema quindi, per lo più proiettato nelle parrocchie, subisce numerosi interventi esterni che spesso rendono le pellicole incomprensibili. Del resto le contraddizioni della censura appaiono rasentare il ridicolo quando si abbattono sul film ‘Fabiola’, tratto dal romanzo del cardinal Nicholas Patrick, che per essere ambientato fra i primi martiri cristiani non può non prevedere scollature e spalle semiscoperte.

Il mondo del cinema comunque non rimane a guardare, e da subito interviene attivamente nel dibattito: nel 1947, anno in cui Giulio Andreotti si insedia all’Ufficio centrale per la cinematografia, viene negato il nulla osta alla circolazione del film di Germi ‘Gioventù perduta’. Trentacinque registi, da Blasetti a Visconti, scrivono una lettera sdegnata lamentando la minaccia quotidiana che il cinema subisce. E se negli anni mutano nel tempo sensibilità e categorie dell’illecito, i tagli e le messe al bando continuano. Da Pasolini, probabilmente il più censurato in assoluto, a Monicelli e mille altri fino ad arrivare a Bertolucci che ‘Ultimo tango a Parigi’ si trova nel 1976 di fronte alla condanna al rogo della pellicola e alla privazione dei diritti politici per cinque anni per il regista.

Ma la censura si abbatte anche sul teatro, dove nel 1961 viene bloccata la rappresentazione di ‘Arialda’ di Giovanni Testori, e sulle altre forme di comunicazione. E a proposito dei pubblicitari si legge nel libro di G. Cavallotti, ‘Gli anni cinquanta’ (1979), «Mostrare l’attaccatura del seno era lecito sui giornali femminili (tra donne si può), ma diventava pericoloso nei manifesti murali che si “imponevano allo sguardo dei bambini innocenti”. Conveniva quindi seguire l’esempio dei rotocalchi, che ritoccavano le foto delle attrici coprendo le scollature con pizzi e merletti. Altrimenti c’era il rischio di andare incontro a risultati promozionali negativi, e perfino di aver noie con la magistratura. Le condanne per oltraggio al pudore fioccavano».
Approfondimenti:

storia della censura

la censura su wikipedia

uomini nudi e lap dance: il comune senso del pudore

Thursday 18 January 2007

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Un uomo nudo che prende il sole, è offensivo del comune senso del pudore. La lap dance invece no.

Sono le bizzarrie cui porta l’interpretazione del ‘comune senso del pudore’, definizione vaga e inevitabilmente soggetta a letture ogni volta diverse. Spesso con punte di irresistibile e involontaria comicità, soprattutto quando le sentenze che stabiliscono cosa sia lecito e cosa no si addentrano nella concretezza particolareggiata del’ fatto’ in questione.

Apprendiamo così che per la Cassazione “l’esibizione su una spiaggia degli organi genitali, benché in stato di quiete (sic!) costituisce sicuramente un atto lesivo dell’attuale comune sentimento di riserbo e costumatezza”.

Diverso il caso della lap dance, che seppure dovesse diventare più coinvolgente non costituisce un problema per la sensibilità dell’italiano medio. Una recente sentenza recita infatti che “anche contatti e toccamenti fra le due ballerine ed i clienti, non possono essere considerati un inatteso e imprevisto fuori programma idoneo ad offendere il senso del pudore dei presenti…”

La base legislativa di vicende come queste è rappresentata dal Codice Penale che nel libro II, titolo IX, capo II “Delle offese al pudore e all’onore sessuale”, stabilisce i confini di ciò che è lecito e di cosa non lo è utilizzando le categorie di oscenità e - appunto - di comune senso del pudore.

Nel corso degli anni questi concetti si sono mostrati mutevoli come non mai, ogni volta dando luogo a discussioni e polemiche su cosa fosse più o meno accettabile per “l’italiano medio”.

E sarà proprio l’italiano medio per definizione, Alberto Sordi, a raccontare magistralmente da dove venisse e come stesse cambiando la società italiana con il film “il comune senso del pudore”. Il film, del 1975, rimarrà vietato ai minori di 14 anni fino al 2003. Altri tempi.

Il referndum sul divorzio

Sunday 14 January 2007

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Sono governi incerti quelli che si alternano nel paese all’inizio degli anni Settanta. Incerti sugli equilibri e sulla tenuta, incerti sulla società che rappresentano e incerti - infine - di fronte a un’opposizione che avanza anche grazie a questioni meramente legate ai costumi degli italiani. Fra queste la più importante, periodizzante potremmo dire, è sicuramente la legge Fortuna Baslini sull’introduzione del divorzio.

La ‘questione’ del divorzio travalica rapidamente i suoi confini diventando specchio di due Italie del tutto trasversali. Più che laica e cattolica, meglio dire una conservatrice e una riformista, visto che se fra i cattolici alcuni non si esprimono o appoggiano la legge, fra i laici molti tentennano.

I Vescovi invocano il referendum sulla legge introdotta nel 1970, certi di un paese che non è più quello che conoscono. Rumor a capo del governo si dimette, al suo posto va Aldo Moro che con parole sue ribadisce il libera chiesa in libero stato.

Ma nel 1972, in un contesto nazionale abbastanza problematico, la società sta cambiando, la forza delle donne italiane cresce notevolmente, il confronto si anima. Gli appelli di molti a partecipare ai dibattiti in corso vengono adeguatamente accolti (”la democrazia ha bisogno di noi”) e sul tema del referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio emerge chiaramente che opinione pubblica e politica non sono allineate, né fra di loro, né al loro interno.

Il 1974 si rivela l’anno decisivo. Il governo in crisi provoca qualche perplessità sulla sorte del referendum mentre la Chiesa interviene in difesa dell’unità della famiglia. Contemporaneamente anche il mondo sindacale cattolico partecipa al dibattito, schierandosi a favore della legge, nella consapevolezza che ben altro (disoccupazione, carenza dei servizi, inadeguatezza di salari e strutture) minacciava la famiglia italiana.

In questo contesto si arriva al referendum, il 12 e 13 maggio 1974, che porta ad un risultato schiacciante per il mantenimento della legge sul divorzio: 59,26% dei votanti per il no; 40,74% per il si. L’abrogazione della legge sul divorzio è respinta. L’italia è cambiata.

Approfondimenti

citazioni sul divorzio

il reato dell’adulterio femminile

Saturday 13 January 2007

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Se, come ricordano i giuristi “ Uno dei doveri fondamentali che scaturiscono dal matrimonio è quello della fedeltà tra i coniugi (oltre a quello della collaborazione, assistenza, etc.).” allora l’adulterio va contro questo patto. Negli anni 50 coincideva con la consumazione dell’atto sessuale, mentre in seguito si è affermata la possibilità dell’adulterio sentimentale o platonico.

La fedeltà essenzialmente fisica è stata fino a pochi anni fa così importante da configurare in caso di sua violazione un vero e proprio crimine da perseguire penalmente.
Il codice penale all’art. 559 c.p. prevedeva il reato di “adulterio” a carico della moglie che avesse tradito il marito, la quale veniva punita con la reclusione fino ad un anno. Invece, l’art. 560 c.p. configurava il reato di “concubinato” a carico del marito che avesse tenuto una concubina nella casa coniugale o altrove, stabilendo la pena della reclusione fino a due anni.

Ma, la Corte Costituzionale, con due sentenze rispettivamente del 1968 e del 1969, ha dichiarato costituzionalmente illegittimi questi due articoli (ormai abrogati), con la conseguenza che la violazione del dovere di fedeltà, non costituisce più un reato sanzionato penalmente.

L’adulterio nella sua evidente parzialità negativa nei confronti delle donne è storicamente ascrivibile a quel complesso universo di crimini contro la morale, crimini senza vittime, che hanno funzionato per secoli da regolatori sociali: motivo, gli uomini non portano a casa nessuna bocca da sfamare in più in caso di prole, le donne, evidentemente, sì.

Oggi non si parla più di adulterio ma di infedeltà che comunque rimane alla base di molti provvedimenti di carattere civilistico, come i divorzi, ma i quanto appunto rottura di un patto e non crimine.
Ma attenti amanti virtuali! E’ infatti ipotizzabile «l’addebito per violazione del dovere di fedeltà. anche nel caso in cui una persona coniugata effettui uno scambio di corrispondenza “romantica” via internet con persona mai incontrata di persona, sempre che si tratti di un comportamento ingiurioso per l’altro coniuge» (Cass.n.9742/99).

Approfondimenti:

definizione e storia
storia giuridica dell’adulterio
il diritto
matrimonio e adulterio
per riderci su…
il punto di vista delle donne