Archivio della Categoria 'Scandali'

Scandali cantati # 1

Sunday 1 April 2007

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Quelli fra i lettori che amano Baglioni sappiano che la più nota hit del loro beniamino, Piccolo grande amore, non doveva recitare “la paura e la voglia di essere soli” ma bensì “la paura e la voglia di essere nudi”.

Se stuoli di adolescenti cantano da anni un ritornello sbagliato, la colpa è della ‘commissione di ascolto’ della Rai che per anni si è occupata di impedire che arrivassero alle nostre orecchie frasi troppo scandalose.

La storia delle canzoni proibite è lunga tanto quella della radio e della televisione. Nell’Italia del monopolio radio e televisivo di mamma Rai, non erano infatti poche le canzoni che venivano bloccate o più spesso sapientemente modificate per non risultare provocatorie o offensive alle orecchie dell’italica cittadinanza.

Il criterio di selezione si basava su principi semplici e generali: non si parla di politica, di patria, religione, chiesa e cariche statali se non in termini più che rispettosi. Del sesso invece, meglio non parlarne proprio. Indipendentemente dal come se ne parla.

E l’effetto era immediato: a seconda del giudizio espresso dalla commissione ai dischi veniva applicata l’etichetta di ‘non idoneo’ o nei casi più gravi un radicale ‘da non trasmettere’. No, non è una metafora, erano concretissime etichette adesive messe sui dischi.

Così vengono censurati infiniti autori, fra cui il più emblematico è probabilmente Fabrizio De Andrè, che viene censurato praticamente in toto: dal Via del Campo a Carlo Martello, da La canzone di Marinella a La guerra di Piero, da Bocca di rosa a Il gorilla.

Ma sotto la scure della commissione cadono moltissimi altri autori fra cui perfino la divina Mina, rea di aver inserito un criptico riferimento ad una relazione sessuale senza coinvolgimento amoroso nel pezzo L’importante è finire, e addirittura il castissimo Domenico Modugno, che al contrario col coinvolgimento amoroso aveva esagerato dedicando alla moglie un pezzo dal peccaminosissimo titolo di Nuda.

Ma di lì a poco, e siamo ormai negli anni Settanta, la scena cambia. Si affacciano sulla scena le radio libere e con esse l’impossibilità per la RAI di controllare in toto le trasmissioni musicali del Bel Paese.

Ed è così che in pochi anni salgono agli onori delle hit pezzi legendari come Pensiero stupendo di Patty Pravo, con l’esplicito riferimento a un rapporto sessuale a tre e qualche anno dopo Kobra della Rettore, vero e proprio inno divertito al sesso.

Siamo ormai verso gli anni Ottanta, le frequenze sono libere e le parole anche. La RAI non può più censurare tutto, vorrebbe dire tagliarsi fuori dal mercato oltre che dai tempi. La selezione si allenta e anche le frequenze della Radio pubblica e perfino di San Remo diventano più libertarie.

Ed una cometa del panorama musicale come Viola Valentino può cantare senza censura - ma anche senza voce - una canzone come Comprami “se non sai andare lontano / dove non ti porta la mano / comprami, io sono in vendita / e non mi credere irraggiungibile”. E’ il 1979 e vende 500 mila copie.

Il processo per stupro

Friday 9 March 2007

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Nel 1978 un’Italia ancora profondamente reazionaria e machista deve fare i conti con la sua componente progressista e femminista, figlia della rivoluzione sessuale ancora in atto, in un processo a porte aperte e sotto l’occhio delle telecamere e dell’opinione pubblica, un “processo per stupro”. È la prima volta che la televisione entra in un tribunale, sollevando così il velo del silenzio, della vergogna, dei pregiudizi che ha da sempre celato, in qualche modo giustificandola, l’affermazione di un principio di dominio dell’uomo attraverso il sesso.
Al banco degli imputati “quattro bravi ragazzi sposati e con prole”, accusati pubblicamente di aver violentato una ragazza romana in una villa nei pressi di Latina, l’anno precedente.
Lei, la vittima, si chiama Fiorella e di cognome fa “Tutte le donne”.
Si, perchè in quell’aula di tribunale non si chiede giustizia solo per Fiorella ma per tutte le donne che sono state violentate e che hanno patito in tribunale un prolungamento in forme mutate della violenza già subita.
Nel 1978 in Italia lo stupro era ancora reato contro la morale, e non contro la persona; la linea processuale consisteva nel far apparire la donna come complice consenziente, preda conquistata e felice, se non femmina adescatrice e quindi, pregiudizialmente, una prostituta.
Ma Tina Lagostena Bassi, avvocato di Fiorella, vuole innanzitutto un rovesciamento dei valori, un cambiamento radicale: non la vittima sul banco degli imputati, la sua vita, le sue abitudini, la sua storia sessuale; non più novelle Artemisia torturate e umiliate da una giustizia che tutela i suoi figli ma non le sue figlie.
Attraverso la difesa di una donna, Tina Lagostena Bassi vuole combattere un modo di pensare e di parlare che dentro e fuori dai tribunali contrabbanda la violenza come fenomeno naturale, comune, normale. La sessualità maschile violenta, la sua supremazia, è un fatto di cultura, non di natura, e come tale va scardinato.
La condanna agli imputati sarà lieve, poco più di un anno, scarceramento immediato grazie alla libertà provvisoria e una multa di 2 milioni di lire, la stessa cifra che le due donne avevano rifiutato come risarcimento prima del processo, in nome della giustizia. Alla lettura della sentenza le madri mogli sorelle degli imputati saltano di gioia per l’esiguità della pena. Ma una condanna c’è stata, la violenza è stata commessa e pubblicamente riconosciuta.

lo scandalo Profumo

Tuesday 20 February 2007

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Chi si ricorda del caso Profumo?

Nel 1963 si scoprì che il ministro della difesa britannico, John Profumo, uno dei più importanti membri del Gabinetto conservatore di Harold Macmillan, era implicato in un giro per niente chiaro di prostituzione e squillo di lusso. Fin qui niente di strano verrebbe da dire.

Ma i motivi dello scandalo non furono soltanto di natura morale. La sua amante a pagamento, Christine Keeler (la graziosa signorina ritratta nella foto) infatti intratteneva lo stesso tipo di rapporti con il diplomatico russo Eugene Ivanov. Non si trattava evidentemente di un dettaglio di poco conto in piena guerra fredda, ma l’elemento che maggiormente destò sospetto fu l’iniziale strategia di Profumo di fronte alle prime interrogazioni sull’argomento: negare, negare, negare, come da prassi consolidata da generazioni e generazioni di uomini.

Dopo poco più di due mesi Profumo fu però costretto ad ammettere la sua relazione, e conseguentemente a riconoscere di avere mentito niente meno alla Camera dei Comuni, ovvero il parlamento britannico, ovvero allo Stato.

Profumo fu costretto a dimettersi e con lui cadde il governo.

Lo scandalo Profumo - oggi anche un film - fu uno dei più importanti scandali a sfondo sessuale del dopoguerra e della vicenda si continuò a parlare per anni, tanto che la Keeler - vera antesignana in questo settore - decise di vendere in esclusiva racconti e retroscena della vicenda al miglior offerente fra i tabloid scandalistici inglesi.

Il caso Profumo si può considerare l’antecedente diretto del caso Clinton, se non fosse per il particolare certo non insignificante della par condicio concessa dalla Keeler al politico inglese e al diplomatico russo in un contesto e in un momento storico in cui dominava la guerra fredda.

In amore e in guerra non tutto è lecito.

le case chiuse e la legge merlin

Sunday 18 February 2007

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Le prostitute sono diventate oggi parte integrante del tessuto urbano, costellano le periferie, popolano strade inanimate, appaiono come fantasmi in luoghi dove non ci si aspetterebbe mai una presenza umana. Sono lì, ai margini di grandi arterie stradali o sotto a un cavalcavia, a ricordare l’incapacità della nostra società di fare i conti con il mercato del sesso a pagamento.

Ma un tempo l’iconografia della prostituta era diversa, non sulla strada ma nelle stanze di appartamenti più o meno lussuosi o al contrario più o meno stamberghe. Erano però chiuse, le persiane accostate, i vetri oscurati, per motivi di tutela del comune senso del pudore e soprattutto per la privacy di chi le frequentava. E a specificare l’obbligo della chiusura, esisteva una precisa legge sin dal 1888 che obbligava le case a tenere serrate le persiane con tanto di catene.

Erano nate in Francia così sembra, e lì si chiamavano maisons de tolérance. Cavour le portò in Italia insieme all’unificazione del paese: l’accentramento amministrativo di fine ‘800 riguardò anche le prostitute, schedate e controllate settimanalmente da un medico. In cambio lo Stato beneficiava di tasse e balzelli su un lavoro certo non granché tutelato: le otto ore lavorative erano ben lontane e più si lavorava più si guadagnava.

La struttura delle case chiuse era più o meno omogenea, sia che si trattasse di case di lusso frequentate dalla buona borghesia che si trattasse invece di quelle di categoria inferiore, affollate per lo più da soldati, contadini e gente di passaggio. All’ingresso si trovava il salone e il bar, dove ammirare e scegliere le ragazze. Ai piani superiori, di norma, le camere da letto dove consumare il proprio momento di passione. Lo standard della ‘professione’ all’epoca era da stakanovisti: dalle 30 alle 50 marchette al giorno e per non più di 15 giorni, poi la ragazza veniva cambiata come uno strofinaccio.

L’iniziazione degli uomini prevedeva un passaggio in una di queste case intorno ai 18 anni. Era una tradizione assolutamente diffusa e comune e tale è rimasta anche in tempi molto molto recenti.

Già dal 1948 in Italia fu vietata la concessione di nuove licenze, ma il provvedimento di chiusura, la notissima legge Merlin, fu approvato solamente nel 1958, a dieci anni dalla sua presentazione e dopo aver superato diverse resistenze. La legge Merlin fu approvata a scrutinio segreto con 385 si e 115 no il 29 gennaio del 1958. A favore della chiusura si schierarono tutti i partiti di sinistra e la democrazie cristiana. Contrari al provvedimento invece si dichiararono i monarchici, l’MSI e qualche indipendente. Fra i personaggi famosi contrari alla legge, il più noto è sicuramente Indro Montanelli che al mondo delle case chiuse dediò un appassionato pamphlet “Addio Wanda”.

Oggi il dibattito sulla prostituzione continua ad infiammarsi con ciclica regolarità, diviso fra le polemiche per i rischi di una prostituzione costretta nella strada e le richieste di modifiche e diritti portate avanti dalle associazioni delle prostitute.

Approfondimenti:

storia delle case chiuse

bibliografia su prostituzione e case chiuse

il testo della legge Merlin

Il gioco Puttanopoly ideato dalle associazioni delle prostitute

Da gola profonda all’hard core di largo consumo

Thursday 15 February 2007

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Da Gola profonda all’hard core di largo consumo il passo è stato breve: come dire dalla pellicola al video, dal porno per pochi al porno per tutti.

Con indubbie caratteristiche geopolitiche. Se infatti nel 1972, quando il film culto esce negli USA, il meglio arrivava ancora prevalentemente dagli Stati Uniti, con gli anni le cose cambieranno radicalmente e i progressivi passi della globalizzazione segneranno in modo indelebile il volto del porno.
Ma partiamo dall’inizio, ovvero dalla storia di Linda e Damiano. E da quel popolo dei raincoat crowd (ovvero gli abituali frequentatori dei cinema a luci rosse) che nel 1972 cambiano per sempre il modo di intendere la pornografia e danno corpo alla rivoluzione sessuale nel suo aspetto di rappresentazione estrema.
Gerard Damiano, il produttore, gira il film con Linda Traynor, in arte Linda Lovelace. In Italia uscirà nel 1977 con il titolo de La vera gola profonda: la storia di una giovane donna in cerca di un orgasmo mai provato e che raggiungerà con la tecnica della deep throat. Il successo di pubblico è immediato ovunque, il porno diventa per tutti, uomini e donne. Ovviamente la reazione della censura è immediata e il film viene coinvolto in numerosi processi da cui però esce indenne, rimanendo in programmazione nella sola città di New York fino al 1980.
Dopo Gola profonda il cammino della pornografia di massa ha visto nascere miti come Cicciolina, Jessica Rizzo, Moana Pozzi (incontrastata numero uno italica) e Eva Henger tra le donne. Tra gli uomini, Jhon Holmes, Robert Malone, Rocco Siffredi e recentemente Franco Trentalance.
Le star a luci rosse sono diventate protagoniste del mondo dello spettacolo come altre. Forse per questo Moana arriva a dire: “Faccio in pubblico quello che molte altre fanno sui divani dei produttori”. Lei morirà nel 1994 proprio mentre ad Assago apre la prima edizione di Mi-sex e il pubblico è talmente vasto che si creano ingorghi sulle autostrade”.

I film diventano più accurati, ricchi di trama e si sfiora l’impegno politico. Ursula Cavalcanti gira una pellicola con partigiani e fascisti e scoppia quasi uno scandalo che anima le discussioni perfino sui giornali di partito. Si arriva alle grandi interpreti dell’Est e lanciate dalla scuderia di Schicchi e, dopo Cicciolina (che dalle scale dei set porno arriva agli scranni di Montecitorio), sboccia il periodo di Eva Henger che dopo aver insidiato perfino la fama delle attrici americane, si ricicla in conduttrice di Paperissima Sprint.

Finito un mito, comunque, se ne creano altri e la storia continua.
Con le luci rosse sempre ben accese.

Lo scandalo dei Diotallevi: foto pornografiche dal secolo scorso

Monday 12 February 2007

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Se la fotografia, come sembra, è stata inventata nel 1839  il suo uso pornografico si è venuto realizzando negli anni immediatamente successivi.

I primi pornografi italiani a salire agli onori della cronaca furono i Diotallevi, famiglia romana le cui vicende sono raccontate dallo storico della fotografia Gilardi nel suo bel libro “Storia della fotografia pornografica.”

Tutto cominciò con  “Ai quattro pontefici”, studio fotografico romano sito in quel di via del Farinone e gestito da Martino Diotallevi e da sua moglie, Costanza Vaccari Diotallevi.

Lo studio, attivo dal 1850 al 1862, era noto soprattutto per  di immagini oscene ispirate alla Bibbia e fotomontaggi altrettanto osceni che dileggiavano papi, reali e uomini politici (fra i malcapitati citiamo Mazzini e Garibaldi).

I Diotallevi furono al centro di uno scandalo molto particolare: nel Febbraio 1862 vennero stampate e distribuite molteplici copie di un fotomontaggio che ritraeva il volto della regina Maria Sofia di Baviera, moglie di Francesco II di Borbone e sorella dell’imperatrice Sissi, sopra al corpo di una prostituta ripresa in pose oltremodo lascive.

L’operazione diffamatoria, ispirata direttamente dallo stato Piemontese e indirizzata a discreditare i regnanti delle Due Sicilie, prendeva spunto dalle particolarità più note della regina Maria Sofia (donna giovane ed energica, indipendente e appassionata di fotografia) ed era stata studiata nei minimi dettagli, tanto che copie delle suddette foto vennero inviate a tutti i regnanti europei.

Per l’affaire delle foto pornografiche della regina vennero arrestati i Diotallevi ed in particolar modo Costanza Vaccari Diotallevi, accusata di esserne l’autrice materiale. Il processo, che si snodò fra mille vicende e ‘rivelazioni’, fece comunque emergere una realtà ben più complessa in cui gli elementi della lotta politica si andavano ad intrecciare all’opera provocatoria e canzonesca di vari fotografi.

Lo scandalo dell’omosessualità: il caso di Aldo Braibanti

Sunday 11 February 2007

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Il 1967, anno di passioni, ultimo tassello di quei favolosi anni Sessanta destinati a schiantarsi in velocità con il Sessantotto e la contestazione, operaia e studentesca.

L’Italia non balla solo il twist, e mentre si prepara alla rivoluzione, un altro caso di cronaca scuote l’opinione pubblica (che diciamoci la verità sta lì apposta per farsi “scuotere”): Aldo Braibanti, artista e intellettuale, viene accusato di plagio, e unico nella storia d’Italia, condannato per tale reato, per aver intrattenuto una relazione omosessuale con due giovani uomini.

E’ il padre di uno dei due ad accusarlo e portarlo in tribunale.

Il procedimento penale nasce da una denuncia presentata nel 1964 da Ippolito Sanfratello, il padre di Giovanni. Il 1° novembre 1964 l’uomo, assieme al figlio maggiore e altri due uomini, irrompono nella pensione dove Giovanni abita con Braibanti, lo caricano con la forza in auto e lo portano a Modena in una clinica privata per malattie nervose.

In seguito il ragazzo viene trasferito al manicomio di Verona, dove gli infliggono una serie di elettroshock. A 25 anni, dopo quindici mesi di internamento, Giovanni viene dimesso con una serie di clausole che andavano dal domicilio obbligatorio in casa dei genitori al divieto di leggere libri che non avessero almeno cent’anni!

Al processo il “plagiato” spiega tranquillamente di “non essere stato soggiogato da Braibanti”, mentre Piercarlo Toscani fornisce una versione del tutta diversa: “con forte potere suggestivo, appoggiato alla sua cultura di grado assai più elevato del mio, ha tentato di introdursi nella mia mente con le sue idee politiche… prese gradatamente a staccarmi da ogni svago, cominciò ad impedirmi le letture a me usuali dicendo che non servivano”.

Il dr. Antonino Lojacomo durante la requisitoria del ‘68 afferma: “parlare di Braibanti è parlare di degenerazione, di ossessione, di miseria morale, di giovinezze macchiate e sciupate. Due ragazzi sono stati ridotti in totale stato di soggezione da un uomo che ha voluto plasmare le loro menti quasi distruggendole per sete di possesso e dominio, prima ancora che per perversione sessuale. Gli ha addirittura sottratti alla famiglia, agli amici, agli studi, li ha isolati e assorbiti con pazienza… Braibanti ha invaso il mondo intimo dei due ragazzi, immettendo in essi ciò che voleva venisse immesso. Chiedo una pena esemplare, affinché nessun professoruncolo domani possa venire a togliere la libertà a un innocente…”.»

Braibanti viene accusato e condannato a 8 anni che poi diventano quattro in quanto ex partigiano. Il suo caso rappresenta l’attacco più eclatante e diretto all’omosessualità in quanto tale: dopo Braibanti nessuno verrà più condannato per plagio.

Approfondimenti:

Intervista ad Aldo Braibanti

Articolo su Braibanti della LUO 

Intervista al ricercatore Gabriele Ferluga 

Franca Rame o lo “stupro politico”

Friday 2 February 2007

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“Io non posso fare nemmeno un movimento. E’ perché sono come congelata. E perché ora quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena. S’è messo più comodo. Mi tiene tra le sue gambe, dal di ditero, come si faceva anni fa quando si toglievano le tonsille ai bambini.”

Franca Rame, attrice, comica, intellettuale, donna, viene sequestrata e stuprata la notte del 9 marzo 1973 da un branco di uomini, legati ad ambienti di destra e al traffico d’armi.

Durante lo stupro viene insultata e seviziata. I responsabili erano giovani legati alla destra neofascista dell’epoca: Angelo Angeli, Biagio Pitarresi, “un certo Muller” e “un certo Patrizio”.
Solo dopo la conclusione del processo del 1998 si saprà che lo stupro era stato ‘ispirato’ da alcuni alti ufficiali della divisione di Carabinieri Pastrengo.

Essendo passati 25 anni dai fatti, il reato era caduto in prescrizione e quindi i responsabili non erano perseguibili. Scalfaro, allora presidente della Repubblica, presentò pubbliche scuse alla Rame, violentata da una parte dello Stato.
Il suo è un caso di stupro politico, oltre alla donna si colpisce l’impegno, il suo essere fuori dagli schemi, il lavoro, la creatività e l’attivismo portate avanti con il marito, Dario Fo. Si colpisce la donna, l’indipendenza, l’autonomia, il femminismo ai suoi albori, e la volontà delle donne di camminare di notte senza avere paura.
Cosa altro dire….

Approfondimenti:

Il sito di Franca Rame

L’archivio di Franca Rame e Dario Fo

Intervista alla Rame sulle donne stuprate oggi a Milano

La fuitina e il disonore: il caso di Franca Viola

Wednesday 31 January 2007

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Fra le notizie degne di menzione, in quel volgere di anno 1965, la storia di Franca Viola sembra oggi sepolta da una miriade di fatti “più importanti”: proprio negli stessi giorni infatti l’Italia viene messa in allerta da una intervista al democristiano La Pira che dalle pagine del Borghese tuona contro l’amico Fanfani: “Attenti sarà il nuovo De Gaulle!”

Fra velleità golpiste, o solo dirigiste, e il boom di vendite dei televisori (il 49% degli italiani ne possiede uno) sembra strano pensare che una vicenda personale, piccola piccola, accaduta oltretutto laggiù, in Sicilia terra di emigrazione e malavita (basti pensare alla torinese La Stampa che tuona: “Attenti i criminali sono tutti figli di immigrati”) ed accaduta a una giovane di 18 anni possa essere ricordata per anni e diventare anzi l’alba di un nuovo atteggiamento delle donne verso leggi retrive e assurde.

Ammesso per legge il matrimonio riparatore (art.544), considerata la violenza sessuale un oltraggio alla morale e non alla persona, è chiaro che Franca Viola, 18 anni, residente a Alcamo, non possa desiderare altro che sposarsi dopo essere stata rapita e tenuta nascosta per otto giorni da un guappo del paese, tale Filippo Melodia.

Il giovane infatti, respinto dalla ragazza, ha una bella pensata: la rapisco, la violento e poi la sposo ( magari mi faccio aiutare da 12 amici caso mai dovesse ribellarsi). E anche se lei dovesse opporsi, il padre acconsentirà, ne va dell’onore di una famiglia.

Ma le cose non vanno proprio così, e forse una “questione privata”, per dirla con il titolo di un libro di Fenoglio uscito proprio quell’anno, diventa una questione pubblica che più pubblica non si può.

Il padre finge di acconsentire alle nozze e concorda, con i Carabinieri di Alcamo, una trappola: quando il Melodia scende in paese attorniato dai suoi ‘bravi’ e con la donna al seguito, scatta la trappola: ad attenderli c’è il padre con i Carabinieri. Filippo Melodia viene condannato a 11 anni di carcere ridotti poi a 10.

Nel 1968 Franca Viola sposerà, adesso si per scelta, il giovane Giuseppe Ruisi. Melodia invece, uscito dal carcere nel 1976, finirà assai male: il 13 aprile del 1978 si ‘scontra’ con una lupara e muore.

Nel 1970 anche il cinema onorò Franca Viola e il regista Damiano Damiani girò con Ornella Muti il film La sposa più bella.

Approfondimenti:

Intervista a Franca Viola

Biografia scaricabile

Libro sul caso Viola

Tesi di laurea su Franca e il costume negli anni Sessanta

sesso e politica

Wednesday 31 January 2007

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I rapporti fra sesso e politica sono sempre agli onori delle cronache. Basti pensare che per ultimo anche il presidente israeliano Katsav è stato accusato di molestie sessuali. Di solito comunque (visto che in fondo la vita sessuale degli individui dovrebbe essere un fatto privato) il sesso viene utilizzato come un clava contro l’avversario in momento particolarmente infelici della battaglia politica.

Questo è successo con il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e la stagista Monica Lewinski: la tresca con la giovane donna obbligò il presidente a ritirarsi per un bel po’ dalla vita politica, era in tempi assai recenti, correva l’anno 1995.

In Italia il caso più celebre in questo senso è la morte di Wilma Montesi, torbida vicenda ancora non spiegata nei suoi particolari dopo cinquanta anni. Già, perché del caso Montesi se ne è molto parlato e si continua parlarne. La Montesi sarebbe morta, forse per overdose di droga, forse per un semplice malore, durante un’orgia, in una villa del marchese Ugo Montagna.

Alla ‘festicciola’ in questione avrebbe preso parte il musicista Piero Piccioni, figlio di un importante notabile democristiano, il già ministro degli Esteri Attilio Piccioni, destinato ad ereditare da Alcide De Gasperi la leadership della Democrazia Cristiana, il più importante partito di governo. La morte della Montesi diventa quindi il grimaldello per scalzare all’interno della DC gli avversari e farsi largo verso la direzione del partito.

Il caso coinvolge anche il questore di Roma, Saverio Polito, accusato di insabbiare le prove. Il caso Montesi – sul quale la stampa italiana, divisa per appartenenza politica, seppe dare il peggio di sé - si trascinerà per oltre quattro anni. Fino al 27 maggio 1957, quando il Tribunale di Venezia manderà assolti con formula piena Piccioni, Montagna, Polito e altri nove imputati minori, rinviati a giudizio nel giugno 1955. Ancora oggi la morte di Wilma Montesi resta un mistero.

Per approfondimenti sul caso Montesi vi consigliamo “Il caso Montesi” di Francesco Grigneti.